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sabato 31 ottobre 2015

The Walking Dead: AMC annuncia ufficialmente la 7ª stagione.


Come se non fosse abbastanza ovvio, in queste ore l'AMC ha annunciato che The Walking Dead avrà ufficialmente una 7ª stagione che ovviamente sarà composto dai consueti 16 episodi i quali andranno in onda dall'Ottobre 2016. In pratica non si tratta di una novità assoluta, considerando che recentemente i responsabili della serie avevano fatto sapere che la loro intenzione sarebbe di arrivare alla 11ª o alla 12ª, (se non addirittura alla 50ª), ma tuttavia adesso è arrivata la conferma ufficiale. Ad ogni modo in merito a questa 7ª stagione, attraverso un comunicato ufficiale, Charlie Collier, presidente dell'AMC, ha affermato: "Grazie al cielo qualcuno aveva con sé una palla magica nelle nostre tante, lunghe riunioni interne per questo rinnovo. Quando, al terzo scossone, 'senza dubbio' ha riempito il tenebroso schermo blu, sapevamo di dover procedere con una nuova stagione di The Walking Dead". Ed ha poi concluso spiegando: "Scherzi a parte, siamo molto orgogliosi di condividere questo show con fan così appassionati, comunicativi ed interessati. Siamo grati ed impressionati dal talento, dall'impegno e dall'eccellenza in continua espansione di Robert Kirkman, Scott Gimple e delle tante persone con le quali collaboriamo per rendere questo show unico possibile. Il risultato: più The Walking Dead per tutti. Evviva!". Naturalmente, come al solito, anche la 7ª stagione di The Walking Dead sarà distribuita dalla FOX, con FOX International Channels, (nota anche con la sigla FIC), che porterà la serie in questione, (arrivata allo sconvolgente 3° episodio della 6ª stagione visto da 18,2 milioni di spettatori, nonché prossima al debutto del 4° episodio, il quale tra l'altro durerà 90 minuti, pause pubblicitarie incluse), al pubblico di tutto il mondo attraverso i suoi oltre 125 mercati, (tra cui anche l'Italia), come parte del suo continuo impegno a trasmettere le varie serie a livello internazionale.


venerdì 30 ottobre 2015

Tor Project annuncia la versione beta di "Tor Messenger", la sua chat anonima e criptata.


In questi giorni Tor Project, (popolare organizzazione non-profit responsabile dell'omonimo browser che permette di navigare in Rete anonimamente), ha annunciato la versione beta di "Tor Messenger", vale a dire il suo client di messaggistica istantanea basato su Instantbird e che, come la famosa "Rete a cipolla", garantisce l'anonimato degli utenti, nascondendo il loro indirizzo IP. Nonostante ciò, Tor Messenger è un cosiddetto "cross-platform", in quanto supporta un'ampia varietà di protocolli, come quelli utilizzati da Facebook Messenger, Google Talk e Twitter. Tra l'altro questo client di messaggistica istantanea offre funzionalità simili a quelle delle applicazioni per smartphone più popolari, perciò gli utenti continueranno ad interagire con i propri contatti nello stesso modo. Tuttavia esiste una grande differenza: le comunicazioni sono criptate e passano attraverso i nodi della rete Tor; il che impedisce l'intercettazione dei messaggi da parte di hacker o enti governativi. Inoltre il logging è stato disattivato: può essere comunque attivato nel caso in cui l'utente vuole salvare le proprie conversazioni; anche se per una cosiddetta chat "off-the-record", (nota anche con la sigla OTR), non avrebbe senso lasciare tracce. Ad ogni modo va detto che anche altri servizi di messaggistica istantanea molto popolari, (tra cui Pidgin ed Adium), consentono l'invio di messaggi anonimi attraverso Tor; anche se in questo caso è necessario installare un plugin, configurare manualmente l'applicazione ed eseguire Tor separatamente, e da questo punto di vista Tor Messenger offre tutto ciò in un unico pacchetto pronto all'uso. Tuttavia per poter garantire la compatibilità con altri client XMPP, il servizio in questione condivide le informazioni dell'utente e l'elenco dei contatti con il server, perciò alcuni metadati risultano essere accessibili, nonostante l'indirizzo IP sia nascosto. Mentre le cosiddette conversazioni "one-to-one" criptate sono possibili solo se il destinatario usa un client "OTR-enabled": è comunque possibile disattivare l'opzione che permette di cifrare i messaggi, ma a questo punto è meglio usare un software normale e più diffuso. Comunque sia per chi fosse interessato o curioso di provarlo, Tor Messenger è, infine, disponibile per Windows, (scaricabile da qui), Linux, (scaricabile per i 32-bit da qui e per i 64-bit da qui), e OS X, (scaricabile da qui).


giovedì 29 ottobre 2015

Secondo un recente studio, i primogeniti sarebbero più inclini ad ingrassare.


Secondo alcuni ricercatori dell'Università di Auckland, i figli primogeniti, (soprattutto se femmine), sarebbero più esposti ai chili di troppo rispetto ai fratelli minori; anche se il perché di ciò non è ancora ben chiaro. In pratica i ricercatori, che di recente hanno pubblicato uno studio sul Journal of Epidemiology and Community Health, hanno valutato il diverso impatto sul fenotipo dato dall'ordine di nascita all'interno di una stessa famiglia. Insomma, un obiettivo che all'apparenza potrebbe sembrare curioso, ma che considerato il campione di soggetti valutati suggerisce di andare oltre in modo da capire quali siano le cause alla base di tale fenomeno. Difatti nello studio sono state osservate oltre 13.000 coppie di sorelle: partendo dalla nascita ed arrivando all'età adulta, senza che nessuna delle donne arruolate avesse già alle spalle una gravidanza. Tra l'altro i dati utilizzati erano sia quelli attuali sia quelli ottenuti dal registro delle nascite che quelli relativi alla prima visita prenatale. Ad ogni modo dalla ricerca è emerso che, nonostante alla nascita le primogenite si sono rivelate di poco più magre rispetto alle sorelle, in età adulta e durante i primi 3 mesi di gravidanza, le vedeva con un indice di massa corporea superiore di oltre 2 punti percentuali. Ma non solo: i ricercatori hanno anche stimato una probabilità più alta di essere in sovrappeso, (ossia del +29%), ed obese, (ovvero +40%), rispetto alle secondogenite. Naturalmente questo studio, così come altri condotti in precedenza su fratelli e sorelle, si tratta di un lavoro di tipo osservazionale che si limita a "scattare una foto" della realtà, senza fornire alcuna ipotesi certa. D'altro canto è anche vero che il riscontro in questione, già ottenuto in passato, non può far altro che far chiedere: i primogeniti sono davvero più a rischio di sviluppare malattie come il diabete e la sindrome metabolica, (per cui l'obesità è considerata un fattore di rischio), rispetto ai fratelli, (o sorelle), più piccoli? Tuttavia, anche se è impossibile dirlo con certezza, la ricerca in questione ha invitato a puntare l'attenzione sui fattori genetici e soprattutto ambientali che possono mutare a distanza di pochi anni: pure all'interno della stessa famiglia. Ed in tal senso una delle supposizioni riguarda il diverso afflusso di sangue dalla placenta al nascituro, tra una prima gravidanza e le successive. Difatti al riguardo Wayne Cutfield, docente di endocrinologia pediatrica all'Università di Auckland nonché principale autore dello studio, ha spiegato: "Nelle primipare i vasi sanguigni della placenta sono più stretti. Questo comporta un minor afflusso di nutrienti durante la gestazione, cui il primogenito "sopperisce" in età adulta accumulando più grasso e rendendo meno efficace l'azione dell'insulina". Tuttavia in questo studio non è stato preso in considerazione l'aspetto psicologico che vorrebbe i primogeniti più "coccolati" dai genitori e che, seppur in parte, potrebbe condizionare i risultati emersi. Comunque sia, anche se si tratta soltanto di una supposizione, gli esperti non escludono che la difficoltà a costruire famiglie numerose stia, (per una piccola parte), incidendo sull'epidemia di sovrappeso ed obesità in corso in diverse aree del mondo: non soltanto nei Paesi occidentali. Non a caso gli esperti si stanno, infine, chiedendo se una società composta da figli unici sarebbe destinata ad essere più grassa rispetto ad una comunità piena di fratelli e sorelle.


mercoledì 28 ottobre 2015

Facebook introduce le "richieste di messaggio" su Messenger; per chattare basterà conoscere il nome.


A quanto pare, dopo aver permesso a chiunque di accedere anche senza account, Facebook ha deciso di rendere più facile contattare qualcuno attraverso il suo Messenger: adesso quando qualcuno contatterà un utente attraverso la piattaforma di comunicazione del Social Network in Blu e questa persona non è un amico, né un amico di un amico, il messaggio sarà evidenziato come "message request", (in italiano: richiesta di messaggio); vale a dire un messaggio che, come intuibile dal nome, gli utenti potranno decidere di accettare oppure di ignorare. In pratica precedentemente questa tipologia di messaggi era archiviata in un' apposita cartella contrassegnata dal nome "Other", (nella versione italiana "Altri"), accanto alla comune casella di posta: una cartella spesso dimenticata dagli utenti perché presente solamente sulla declinazione desktop del Social Network. Tra l'altro per ricevere correttamente questi messaggi e visualizzarli nella casella di posta gli utenti dovevano prima stringere amicizia con i mittenti. Ad ogni modo introducendo questa novità Facebook punta a rendere più facile la comunicazione tra gli utenti ed, anche se questo in apparenza può sembrare un sistema un po' invasivo, in realtà risulta molto comodo perché consente di comunicare senza dover ogni volta stringere un'amicizia. In altre parole d'ora in poi per contattare un utente attraverso Messenger basterà conoscere il suo nome. Infatti al riguardo David Marcus, responsabile di Messenger, in un post su Facebook ha scritto: «Dimenticate i numeri di telefono. Oggi l'unica cosa di cui avete bisogno per parlare con chiunque nel mondo è il suo nome». Tuttavia un sistema simile potrebbe naturalmente portare ad un seccante fenomeno di spam interno; anche se al riguardo Facebook ha assicurato che vigilerà per evitare che queste situazioni possano accadere. Ma nel caso in cui questo dovesse verificarsi, come già anticipato, l'utente avrà la possibilità di ignorare il messaggio, il quale finirà nella cartella dei messaggi filtrati insieme ai futuri messaggi inviati dallo stesso contatto ed a tutto lo spam. In sostanza quello che può sembrare un piccolo aggiornamento, in realtà per il Social Network in Blu rappresenta un passo importante che influenzerà il modo in cui gli utenti utilizzaranno Messenger. Difatti molto probabilmente si tratta di una funzionalità pensata più che per gli utenti comuni per le aziende: adesso tutte le società che offrono, per esempio, assistenza all'interno di Facebook potranno contattare direttamente gli utenti attraverso l'applicazione di messaggistica istantanea senza dover prima stringere amicizia con loro. Insomma, ancora una volta Facebook si è dimostrato molto attivo nel voler offrire agli utenti un'esperienza d'utilizzo sempre più efficace al suo interno, facilitando, infine, il raggiungimento di uno dei suoi principali obiettivi: connettere tutto il mondo.


Di seguito alcuni screenshot pubblicati da David Marcus:
https://tctechcrunch2011.files.wordpress.com/2015/10/facebook-message-requests.png https://s1.postimg.org/bi1j7dvfz/facebook-message-requests-web.png



martedì 27 ottobre 2015

The Walking Dead: Un fan della serie uccide il suo amico perché "stava per trasformarsi in uno zombie".

A sinistra Damon Perry ed a destra Christopher Paquin.

Dopo aver passato un pomeriggio a guardare diversi episodi di The Walking Dead, (la popolarissima serie televisiva ambientata in un mondo post-apocalittico invaso da morti viventi, trasmessa dalla AMC ed arrivata alla 3ª puntata della 6ª stagione), un giovane 23enne americano ha ucciso l'amico che era con lui perché, a suo dire: "stava per trasformarsi in uno zombie". In pratica, per quanto possa sembrare la trama contorta di un qualche film splatter, purtroppo si tratta di un tragico evento accaduto Giovedì scorso, (anche se la notizia è stata diffusa soltanto nella giornata di ieri), nella cittadina di Grants nel New Mexico, circa 130 chilometri ad ovest di Albuquerque, (nota, tra l'altro, per essere la location in cui è ambientata Breaking Bad: un'altra popolarissima serie trasmessa dalla stessa AMC). In sostanza, come già anticipato, Damon Perry, (questo il nome del 23enne in questione), stava guardando The Walking Dead, facendo "binge-watching", (meglio nota anche come "maratona"; vale a dire l'abitudine di guardare gli episodi dei serial uno dietro l'altro, come fossero un lunghissimo film), insieme all'amico Christopher Paquin, suo coetaneo. Tuttavia all'improviso si è alzato e, pensando che l'amico volesse morderlo, (a causa dell'ingente quantità di alcool assunta ed alla suggestione provocata dalla suddetta "maratona"), lo ha aggredito inizialmente con calci e pugni, per poi passare ad oggetti affilati e tutto quello che trovava in casa, (tra cui una chitarra elettrica ed un forno a microonde), usandoli come armi proprio come fanno i protagonisti della serie targata AMC per difendersi dai "vaganti"; così è andato avanti fino ad ucciderlo per poi uscire di casa coperto di sangue e brandendo un coltello. È stato a quel punto che qualcuno ha chiamato la polizia: una volta arrivati sul posto gli agenti hanno trovato Damon Perry bloccato a terra da due operai ed il corpo martoriato di Christopher Paquin all'interno dell'appartamento. Ad ogni modo interrogato dai poliziotti il giovane 23enne, (che in preda alla pazzia aveva rivolto delle minacce anche ad altri inquilini del condominio), ha ammesso tutto, confessando il folle movente che lo ha spinto all'efferato gesto: "Chris stava per trasformarsi in uno zombie. Volevo bloccare la sua trasformazione e fermare l'apocalisse zombie". Mentre, contattato dalla stampa, Moses Marquez, portavoce della polizia locale, ha commentato la scena del crimine come: "uno degli omicidi più strani e violenti che abbia mai visto durante i miei 15 anni di carriera". Comunque sia il giovane Damon Perry è stato arrestato con l'accusa di omicidio volontario, una cauzione fissata a 800.000 dollari e la prima udienza attesa, infine, per il prossimo 3 Novembre.


lunedì 26 ottobre 2015

Ruxolitinib e Tofacitinib, i principi attivi che fanno ricrescere i capelli rapidamente.

I topi usati durante lo studio.

Qualche anno fa ne era stata scoperta la causa, ed a quanto pare adesso potrebbe arrivare una soluzione: bloccare una particolare famiglia di enzimi nei follicoli del cuoio capelluto fa ricrescere velocemente i capelli; o almeno questo è quanto ha scoperto uno studio, pubblicato in questi gironi su Science Advances e condotto da alcuni ricercatori del Columbia University Medical Center i quali hanno testato su alcuni topi da laboratorio 2 particolari farmaci che si sono mostrati sorprendentemente efficaci nel far ricrescere loro i peli. Al riguardo Angela Christiano, principale autrice dello studio, hanno spiegato: "Ci sono veramente pochissimi composti in grado di stimolare l'attività dei follicoli così rapidamente: alcuni prodotti ad uso topico fanno ricrescere ciuffi di capelli dopo alcune settimane, ma nessuno si è mostrato tanto potente e veloce come quelli che abbiamo sperimentato". In pratica l'effetto dei farmaci in questione è stato scoperto fortuitamente, proprio come è successo a suo tempo con il Viagra: il primo, (il cui nome del principio attivo è Ruxolitinib), è stato sviluppato per le malattie del sangue; mentre l'altro, (il cui principio attivo si chiama Tofacitinib), viene usato per trattare l'artrite reumatoide. In sostanza durante la suddetta ricerca, mentre somministravano questi due principi attivi ai topi, i ricercatori hanno notato che, se applicati sulla pelle, producevano un notevole incremento dell'attività dei follicoli piliferi. Motivo per il quale hanno deciso di approfondire gli studi testando i farmaci in questione anche su follicoli umani cresciuti in coltura e su altri trapiantati nella pelle dei topi, notando che nel giro di soli 10 giorni, (a seguito di un'applicazione di 5 giorni), si era verificata la crescita di nuovi capelli. Così facendo si è scoperto che il Ruxolitinib ed il Tofacitinib hanno il potere di "risvegliare" i follicoli che sono inattivi e di accelerare il processo della loro funzione principale: produrre capelli. Tra l'altro, anche se creati per combattere patologie che apparentemente non hanno niente in comune, questi due farmaci sono entrambi inibitori di una famiglia di enzimi, chiamata Janus chinasi, (nota anche con la sigla JAK). Insomma, grazie allo studio effettuato dalla dottoressa Angela Christiano, si è scoperto che gli inibitori di JAK hanno una potente azione nel ripristinare l'attività dei follicoli umani, che, come noto, non generano capelli in modo costante, ma alternano periodi di "riposo" a fasi di crescita. Dunque l'idea dei ricercatori sarebbe quella di usare tali inibitori per combattere le più comuni forme di perdita di capelli, tra cui la tanto temuta calvizie maschile. Non a caso sono già patiti trials clinici per testarne l'efficacia nei casi di psoriasi a placche ed alopecia areata, (patologia autoimmune che causa una veloce caduta di capelli a chiazze sul cuoio capelluto). In tal proposito la stessa Angela Christiano ha concluso dichiarando: "Finora i risultati sono promettenti, anche se per ora non sappiamo ancora quale sia l'effettiva azione sulla calvizie dell'uomo". Infatti adesso rimane da verificare se gli inibitori di JAK possono realmente ripristinare, infine, l'attività dei follicoli che sono inattivi a causa dell'alopecia androgenetica, (ossia la forma più comune di calvizie).


Di seguito alcune immagini che riassumono lo studio:
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http://d3a5ak6v9sb99l.cloudfront.net/content/advances/1/9/e1500973/F2.large.jpg  http://d3a5ak6v9sb99l.cloudfront.net/content/advances/1/9/e1500973/F3.large.jpg
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domenica 25 ottobre 2015

TalkTalk: Attaccato da presunti hacker jihadisti russi.


In questi giorni il provider britannico TalkTalk, come ha annunciato da un comunicato ufficiale pubblicato nel sito del centro assistenza, è stato vittima di un attacco informatico ad opera di ignoti: una breccia che potenzialmente mette a rischio i dati sensibili di 4 milioni di clienti, i quali sarebbero finiti nelle mani di chi ha tutta l'intenzione di usarli per estorcere denaro. In pratica l'incidente in questione, per cui è stata aperta un'indagine dall'unità di cyber-crimine delle forze dell'ordine, è avvenuto lo scorso 21 Ottobre e da quello che è stato fatto sapere esiste la possibilità che nomi, indirizzi, date di nascita, e-mail, numeri di telefono, informazioni di account e dati dei conti bancari o della carta di credito siano stati compromessi. Anche se la stessa TalkTalk ha smentito tutto ciò, facendo sapere che l'attacco ha colpito solo il sito e non l'intero sistema centrale, perciò nessun account è stato violato. Inoltre, (nonostante alcuni utenti hanno già denunciato che sono state sottratte centinaia di sterline dai loro conti), il provider ha anche spiegato che i dettagli sulle carte di credito non sono salvati per intero sul sito, ma hanno una serie di numeri nascosti e quindi, anche nel caso in cui i malintenzionati ne sono entrati in possesso, non sono utilizzabili per le transazioni finanziarie. Ad ogni modo l'azienda britannica ha fatto sapere che al momento è impegnata a contattare tutti i clienti potenzialmente coinvolti nell'incidente, ed offrirà loro un anno di "monitoraggio" gratuito di conti e carte di credito per minimizzare il rischio di azioni da parte dei cyber-criminali. Tra l'altro, anche se l'identità dei responsabili è ancora ignota, Dido Harding, amministratore delegato di TalkTalk, ha dichiarato di aver già ricevuto una non meglio precisata richiesta di riscatto per le identità digitali dei suoi 4 milioni di clienti; una possibile rivendicazione dell'attacco, (ancora tutta da verificare), sarebbe arrivata da un sedicente gruppo di cyber-criminali jihadisti russi, che inoltre avrebbe promesso di lanciare nuovi attacchi. Motivo per il quale, secondo alcuni esperti, (se questo fosse vero), il caso riguarderebbe la sicurezza nazionale del Regno Unito; mentre secondo altri, appare piuttosto difficile che si debba seguire la pista del jihadismo, anche se è molto più plausibile quella della frode online compiuta da qualche organizzazione criminale. Comunque sia, secondo alcune indiscrezioni, il particolare più inquietante del caso riguarderebbe la stessa TalkTalk e le sue, (scarsissime), pratiche di sicurezza, considerato che i dati a cui i cyber-criminali hanno avuto accesso sarebbero stati archiviati sui server dell'azienda senza essere protetti da alcuna forma di crittografia. Motivo per il quale adesso TalkTalk rischia una class action dei clienti: in Rete stanno circolando anche alcune cifre sulle possibili perdite dell'azienda, stimate, infine, sui 75 milioni di sterline fra disdette e costi legali immediati.

Di seguito un video/comunicato della stessa Dido Harding:



*(Aggiornamento del 26/10/2015): Il responsabile dell'attacco in questione è stato arrestato: secondo quanto ha fatto sapere Scotland Yard, si tratterebbe di un 15enne che è stato fermato in Irlanda del Nord dalla polizia nella contea di Antrim. Tuttavia per il momento non è dato sapere se il ragazzo faccia parte del suddetto gruppo di hacker jihadisti russi, che ne ha rivendicato l'attacco.



sabato 24 ottobre 2015

Scoperta l'area del cervello in cui si nasconde il segreto del multitasking.


A quanto pare il segreto del cosiddetto "multitasking" è racchiuso in una particolare struttura a forma di conchiglia situata nel cervello la quale controlla, appunto, la capacità di svolgere più compiti contemporaneamente. O almeno questo è quanto hanno fatto sapere di recente alcuni ricercatori coordinati dall'Università di New York i quali hanno pubblicato su Nature uno studio che potrebbe chiarire i meccanismi di alcune malattie che coinvolgono questa struttura, come, ad esempio, la sindrome da deficit di attenzione ed iperattività, (nota anche con la sigla ADHD), l'autismo e la schizofrenia. In pratica in questa regione, (chiamata scientificamente nucleo reticolare del talamo o TRN), le cellule nervose funzionano come un centralino che filtra continuamente le informazioni che arrivano dagli organi sensoriali e concentra l'attenzione sull'attività che si sta svolgendo e blocca le informazioni che possono distrarre. Al riguardo Michael Halassa, responsabile del laboratorio nel quale è stata condotta la ricerca in questione, ha spiegato: "Filtrare le informazioni che distraggono o che sono irrilevanti è una funzione vitale. La gente deve essere in grado di concentrarsi su una cosa e sopprimere le distrazioni per fare azioni quotidiane come guidare, parlare al telefono, e socializzare"; non a caso, secondo recenti studi, il multitasking danneggia il cervello. In sostanza questa scoperta è stata possibile grazie ad un esperimento condotto su alcuni topi da laboratorio che hanno ottenuto come premio una ciotola di latte se riuscivano a prestare attenzione ad un determinato segnale luminoso oppure ad un determinato suono, (fra i tanti proposti): naturalmente durante questo test sono stati registrati anche i segnali elettrici dei neuroni, appunto, del nucleo reticolare del talamo. Mentre in un secondo esperimento, alcuni circuiti nervosi collegati a questa regione del cervello sono stati disattivati grazie ad un raggio laser. Così facendo i ricercatori hanno scoperto che, disattivando, appunto, le regioni che conducono le informazioni alla suddetta struttura che controlla la capacità di svolgere più compiti contemporaneamente, i topi non riuscivano più a prestare attenzione ai vari segnali ed ad ottenere, infine, la ricompensa prevista.


venerdì 23 ottobre 2015

BLINK-182: Dopo l'incidente aereo Travis Barker ha offerto 1 milione per farsi uccidere.


In questi giorni Travis Barker, (batterista dei Blink-182), durante un'intervista rilasciata all'ABC News in occasione dell'uscita della sua biografia "Can I Say: Living Large, Cheating Death, and Drums, Drums, Drums", ha rilasciato una confessione abbastanza scioccante riguardante il periodo di ricovero dopo l'incidente aereo che lo ha coinvolto circa 7 anni fa. In pratica, come noto, la mattina del 19 Settembre 2008 Travis Barker si trovava su un aereo privato, (nello specifico uno Learjet), che appena dopo il decollo dal Columbia Metropolitan Airport si schiantò nella Carolina del Sud ed il cui impatto costò la vita a 4 delle 6 persone che si trovavano a bordo: si salvarono per miracolo seppur con gravissime ustioni sul corpo, (circa il 65%), solo il batterista e DJ AM, (che tuttavia è tragicamente scomparso l'anno successivo a causa di un'overdose). In seguito a quest'incidente Travis Barker ha dovuto affrontare terapia riabilitativa che lo ha costretto a trascorrere 4 lunghi mesi nel reparto grandi ustionati, accumulando un totale di 27 operazioni chirurgiche. Da quel momento in poi, (come ha spiegato lui stesso), non è più salito su un aereo e preferisce spostarsi per nave; anche se si è detto disposto a riprovare qualora glielo chiedessero i suoi figli. Insomma, una brutta esperienza che durante la suddetta intervista il batterista ha ricordato con dolore, rivelando che in quel periodo la sua depressione aveva raggiunto livelli altissimi, tanto da spingerlo ad pensare al suicidio: era arrivato addirittura ad offrire ai suoi amici una ricompensa di un milione di dollari per porre fine alla sua vita. Al riguardo lo stesso Travis Barker ha dichiarato: "I medici hanno dovuto sequestrarmi il telefono per via delle telefonate che facevo. Chiamavo gli amici e dicevo loro: «Depositerò un milione sul conto di chiunque sia disposto ad uccidermi. Ne ho abbastanza»". Successivamente ha proseguito descrivendo gli attimi immediatamente successivi alla caduta dell'aereo: "L'aeroplano in fiamme e le mie mani in fiamme, io che mi tolgo la cintura di sicurezza e salto. Il mio corpo è in fiamme, sono imbevuto di carburante e non posso fare nulla per spegnermi. Sono completamente nudo, corro e mi tengo i tescoli senza sapere perché. Poi mi rendo conto di essere fuori dall'aereo e l'aereo esplode". Ad ogni modo durante l'intervista in questione ha parlato anche delle novità professionali: attualmente è al lavoro su alcuni nuovi brani, che sta registrando con Mark Hoppus e Matt Skiba, (gli altri membri dei Blink-182, rispettivamente il bassista ed il frotman/chitarrista entrato nella band quest'anno). Infatti nel nuovo progetto non è coinvolto Tom DeLonge, storico cantante e chitarrista della band, che già lo scorso anno ha annunciato di volersi prendere una lunga pausa dagli impegni musicali. Comunque sia, nonostante l'assenza del caro vecchio amico, Travis Barker si è detto eccitato dell'andamento del lavoro ed ha, infine, spiegato: "Matt sta facendo davvero un lavoro fantastico. È bellissimo suonare e scrivere con lui. Abbiamo appena cominciato il lavoro ed abbiamo già quattro o cinque canzoni di cui sono davvero facile. Ce n'è una chiamata "Punk Rock Cliché" di cui mi sono già innamorato. Parla dei nostri amici e delle relazioni tra di loro. Il suono è diverso ma siamo sempre i Blink-182. Matt ha portato qualcosa di differente ed è bello vedere il mix che si è creato con me e Mark. Penso che sia qualcosa di positivo e sono davvero contento di quello che abbiamo fatto fino a questo momento. Il nostro obiettivo in questo momento è solamente quello di scrivere. Non ci siamo posti un limite su quante canzoni vogliamo realizzare. Vogliamo solo scrivere un mucchio di roba e poi quando sentiremo che il disco è pronto allora lo sarà. Non c'è nessuna pressione né scadenza".

Di seguito la suddetta intervista:




giovedì 22 ottobre 2015

La Commissione Europea conferma che le prestazioni promesse dagli operatori Internet sono fasulle.


Che la velocità reale delle connessioni a banda larga sia ben distante da quanto promesso dagli operatori non è una grande novità, ma a quanto pare uno studio condotto della Commissione Europea ha evidenziato e confermato come gli utenti si ritrovino con una linea che in media raggiunge appena il 75% della velocità di quanto promesso. Tuttavia questa è solo una media perché entrando nei dettagli si scopre che il problema è più ampio: solo in Italia, secondo le rilevazioni del progetto SamKnows concluso ad Ottobre 2014, la percentuale su tecnologia DSL raggiunge il 65,98%; insomma come dire, ad esempio, che una connesione 20 Mega offre nella migliore delle ipotesi 13 Mega. Mentre i pochi fortunati che dispongono di una connettività FTTx, (sigla che sta per Fiber to the x, ossia una fibra ottica che raggiunge casa o l'armadio di zona), raggiungono il 79,13%, di consenguenza una connessione 100 Mega probabilmente non supera i 79 Mega. Come se non bastasse, la velocità media DSL nelle ore di picco in Italia è di 6,99 Mbps, contro una media europea di 8,79 Mbps, invece con la tecnologia FFTx in Italia si raggiunge una media 51,20 Mbps, contro una media europea di 53,96 Mbps. Quindi, come si può vedere, le connessione basate sulla tecnologia in fibra ottica sono le più affidabili con una velocità reale più vicina a quelle promesse, mentre le connessioni DSL garantiscono una velocità reale non superiore al 63,3% di quanto promesso. Insomma, si tratta di risultati che fanno riflettere e che danno ragione alle molte lamentele dei clienti degli operatori che denunciano da anni prestazioni delle linee ben sotto le attese, nonché di un divario piuttosto sensibile che è rimasto costante nel tempo, nonostante il fatto che con il passare degli anni gli operatori abbiano investito molti milioni di euro nelle infrastrutture andando ben oltre l'ADSL con l'arrivo delle VDSL e della fibra ottica. Motivo per il quale la Commissione Europea ha chiesto maggiore trasparenza agli operatori; difatti grazie all'entrata in vigore del "Telecoms Single Market Package", previsto per l'Aprile 2016, gli operatori saranno costretti ad informare gli utenti sulla velocità minima e massima garantita sia delle connessioni fisse che da quelle mobile. Tra l'altro gli operatori dovranno garantire tali velocità ai loro clienti: in caso contrario dovranno offrire una qualche forma di rimborso ai clienti che avranno anche la facoltà di recedere immediatamente il contratto. Insomma, la Commissione Europea vuole dare ai consumatori maggiori possibilità di difesa obbligando gli operatori a maggiore trasparenza ed a mantenere le promesse date. Difatti nella nota ufficiale si può, infine, leggere: «I contratti dei consumatori dovranno specificare i livelli minimi di servizio, così come della compensazione e dei rimborsi se questi non verranno rispettati».

Di seguito alcuni grafici:
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 http://www.tomshw.it/data/thumbs/2/3/3/5/schermata-2015-10-22-alle-15-06-04-5dd920a1f65963cd0567e722810ee4e46.jpg
 http://ec.europa.eu/information_society/newsroom/image/document/2015-43/graph-1-comparison-of-bb-prices-per-speed-cat_11711.jpg
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mercoledì 21 ottobre 2015

Dimostrato che anche le creme solari uccidono i coralli.


Finora la colpa della graduale scomparsa dei coralli nei mari era stata sempre assegnata al riscaldamento globale ed all'acidificazione dei mari provocata dall'aumento della CO2 che, facendo aumentare l'acidità dell'acqua, scioglie il loro scheletro di carbonato di calcio. Tuttavia in questi giorni è stata trovata una terza causa alla base, appunto, della moria di coralli che sta avvenendo nei mari tropicali di tutto il mondo. In sostanza, anche se lo si sospettava da tempo, adesso c'è la prova "ufficiale": i coralli muoiono anche a causa delle creme solari che i turisti si spalmano sulla pelle per evitare scottature e, come suggeriscono tutti i dermatologi, per non ammalarsi di melanoma. In particolare ad essere sotto accusa è l'oxybenzone, (spesso chiamato anche ossibenzone), vale a dire una sostanza contenuta nelle creme solari e che filtra i raggi ultravioletti. In pratica si tratta di una scoperta effettuata da un gruppo internazionale di ricercatori che ha pubblicato uno studio sulla rivista specializzata Archives of Environmental Contamination and Toxicology, nel quale sono stati dimostrati i danni provocati dall'oxybenzone proprio su quelle barriere coralline più frequentate dai turisti in Israele, (nel Mar Morto), alle Hawaii, ed ai Caraibi, (nelle Isole Vergini americane), dove, come spiegato dai ricercatori, si è già perso l'80% dei coralli. Ad ogni modo durante il suddetto studio si è scoperto che l'oxybenzone danneggia il DNA degli adulti e deforma le larve dei coralli intrappolandole nel loro stesso esoscheletro e rendendole inabili a galleggiare per disperdersi con le correnti marine. Inoltre il composto chimico in questione provoca lo sbiancamento dei coralli: prima causa della loro scomparsa su scala mondiale che si verifica quando i coralli perdono le specifiche alghe microscopiche, (ossia le zooxantelle), con le quali vivono in simbiosi e dalle quali ricavano nutrimento. Tra l'altro va ricordato che le creme solari che contengono oxybenzone sono circa 3.500 in tutto il mondo ed, in base al regolamento europeo 1223/09 sui prodotti cosmetici, è ammessa una percentuale fino al 10%, che non è nemmeno del tutto innocuo per la salute; difatti è stato dimostrato che può essere un interferente endocrino, in quanto può imitare la funzione dell'estrogeno nell'organismo, alterare la produzione di sperma e causare l'endometriosi. Comunque sia, come ha spiegato Omri Bronstein, del dipartimento di zoologia dell'Università di Tel Aviv, nonché uno degli autori dello studio: "I danni di tale sostanza sui coralli sono stati verificati anche in concentrazioni infinitesime: 62 parti ogni mille miliardi, pari ad una goccia d'acqua in oltre 6 piscine olimpiche". Inoltre alle Isole Vergini americane è stata trovata una concentrazione 23 volte maggiore a quella minima considerata tossica per i coralli; mentre all'inizio dell'anno gli scienziati hanno fatto sapere che è in corso il terzo sbiancamento dei coralli su scala globale, dopo quelli del 1998 e del 2010, (senza considerare quello registrato all'inizio degli anni '80). Quindi, secondo i ricercatori, per evitare, infine, che i turisti contribuiscano alla distruzione delle barriere coralline: "Basterebbe che si tolgano dalla pelle le creme solari prima di fare il bagno. Non è molto, ma meglio di niente".


martedì 20 ottobre 2015

Scoperto che i cibi esposti ai LED a luci blu durano più a lungo.


A quanto pare i LED a luce blu permettono di conservare gli alimenti più a lungo grazie al loro effetto antibatterico sui principali patogeni di origine alimentare; o almeno questo è quanto ha fatto sapere di recente uno studio condotto da alcuni ricercatori dell'Università Nazionale di Singapore, (nota anche con la sigla NUS), all'interno del Programma alimentare Scienze e Tecnologie della Facoltà di Scienze. In pratica si tratta di una nuova tecnica che potrebbe portare a nuove possibilità sui metodi di conservazione degli alimenti senza l'uso di sostanze chimiche. Tra l'altro è stato constatato che l'effetto dei LED aumenta con il diminuire della temperatura: tra i 4 ed i 15 °C i cibi acidi, (come la frutta e verdura in busta di IV gamma), possono essere conservati senza ulteriori trattamenti, comunemente necessari. Inoltre, secondo i ricercatori singaporiani, l'esposizione all'illuminazione a LED blu può anche provocare la morte delle cellule batteriche, in quanto sono dotate di determinati composti fotosensibili proprio a questo tipo di luce. Difatti gli studi finora effettuati hanno valutato l'effetto antibatterico dei LED aggiungendo fotosensibilizzatori ai campioni degli alimenti, oppure li hanno utilizzati ad una distanza inferiore ai 2 cm, tra la sospensione batterica e la sorgente luminosa. In particolare gli scienziati hanno esposto ai LED a luce blu tre patogeni di origine alimentare, (ovvero il Listeria monocytogenes, l'Escherichia coli e la Salmonella), e, variando le condizioni di pH da acide ad alcaline, hanno scoperto che ne viene neutralizzata l'attività. Insomma, come già anticipato, si tratta di una scoperta che potrebbe aprire un capitolo importante per tutta la filiera agroalimentare, (consumatori compresi), in quanto permetterebbe di conservare il cibo, appunto, senza dover ricorrere ai tradizionali agenti chimici, il che costituirebbe un vantaggio sia l'aspetto della sicurezza degli alimenti che quello economico. Infatti tale tecnologia potrebbe essere applicata agli impianti di refrigerazione ed alla cosiddetta "catena del freddo" per la conservazione di tanti alimenti, e potrebbe risultare utile anche a commercianti, punti di ristoro, supermercati ed, infine, fornitori di prodotti alimentari.


lunedì 19 ottobre 2015

Facebook testa un motore di ricerca per le GIF nella chat.


In questi giorni gli utenti di Facebook, utilizzando la chat, (sia su web che su Messenger), potrebbero aver notato qualcosa di differente: un pulsante dedicato alle GIF, (il cui supporto è stato introdotto a fine Maggio), ed un pulsante relativo agli allegati, (oltre ad un nuovo suono per la notifica dei messaggi ricevuti); si tratta di alcune nuove funzioni che il Social Network in Blu ha iniziato a sperimentare, (motivo per il quale attualmente potrebbero non essere disponibili per tutti gli utenti). In pratica, una volta finita questa fase, tutti gli utenti Facebook potranno cliccare sul pulsante GIF nella chat per vedere apparire una lista di GIF che potranno essere utilizzate all'interno della stessa chat e contestualmente accedere anche ad un motore di ricerca che permetterà loro di trovare e scegliere specifiche GIF ed immagini. In sostanza si tratta di una novità interessante che avvicinerebbe maggiormente l'esperienza desktop a quella mobile, considerando che attualmente il supporto alle GIF nelle chat è esclusivo delle applicazioni mobile senza bisogno di ricorrere a soluzioni di terze parti. Ad ogni modo per quanto riguarda il pulsante degli allegati, va detto che già ad oggi è possibile inviare ogni tipo di file attraverso la chat di Facebook, tuttavia questa funzionalità risulta un po' nascosta. Quindi grazie alla scelta di mettere il pulsante degli allegati in primo piano, probabilmente il Social Network in Blu punta a spingere di più gli utenti ad utilizzare questa funzione. Mentre per quanto riguarda Messenger, il pulsante per gli allegati non è presente, ma è stato aggiunto un pulsante che permette di effettuare una ricerca tra le immagini dell'applicazione da utilizzare e condividerle con i propri amici. Comunque sia per il momento risulta difficile capire quando questi nuovi pulsanti saranno resi disponibili per tutti gli utenti: probabilmente ci vorrà ancora un po' di tempo; anche se è, infine, palese l'intenzione di Facebook di ottimizzare ulteriormente l'esperienza di comunicazione attraverso la sua piattaforma di chat.


Di seguito alcuni screenshoot:
http://cdn1.tnwcdn.com/wp-content/blogs.dir/1/files/2015/10/Facebook-messenger-new-chat-UI1.png
http://cdn1.tnwcdn.com/wp-content/blogs.dir/1/files/2015/10/Facebook-messenger-new-chat-UI-2-1200x1028.png

http://cdn1.tnwcdn.com/wp-content/blogs.dir/1/files/2015/10/Messenger-Mobile.png
http://cdn1.tnwcdn.com/wp-content/blogs.dir/1/files/2015/10/Messenger-Mobile-2-GIF.png



domenica 18 ottobre 2015

Scoperto che chi preferisce cibi e bevande amare potrebbe avere una personalità con tendenze antisociali.


A quanto pare una maggiore affinità verso i cibi e le bevande amare, (come il cioccolato fondente o il caffè), potrebbe nascondere una personalità con tendenze antisociali; o almeno questo è quanto afferma uno studio intitolato "Individual differences in bitter taste preferences are associated with antisocial personality traits" e pubblicato sulla rivista Appetite, il quale spiega come due ricercatori dell'Università di Innsbruck abbiano cercato di associare le preferenze culinarie a specifici tratti caratteriali. I pratica si tratta degli psicologi Christina Sagioglou e Tobias Greitemeyer che hanno chiesto a più di 500 volontari, (di cui 247 donne e 257 uomini, con un'età media di 34 anni), di esprimere la loro preferenza nei confronti di diversi cibi di ogni sapore. Successivamente gli intervistati sono stati sottoposti a diversi test di personalità, tra cui il Big Five Questionnaire, (il quale, come si può intuire dal nome, valuta il soggetto su 5 grandi dimensioni: estroversione, apertura mentale, gradevolezza, stabilità emotiva e coscienziosità), ed il test per individuare la presenza di tratti comportamentali della cosiddetta "triade oscura", (ossia narcisismo, machiavellismo e psicopatia). Così facendo i ricercatori austriaci hanno scoperto che coloro che erano golosi di cibi amari rivelano una maggiore predisposizione per l'aggressività, la psicopatia ed il sadismo. Al riguardo nel suddetto studio si può leggere: «I risultati suggeriscono che il grado di apprezzamento di una persona per gli alimenti e le bevande amare è stabilmente legato al "lato oscuro" della sua personalità»; simili risultati sono stati ottenuti anche con coloro che apprezzano l'aspro. Tuttavia gli stessi ricercatori austriaci hanno sottolineato come la preferenza per un certo alimento sia influenzata da un mix di fattori, tra cui le esperienze passate o la sensibilità per il gusto e gli odori. Ad esempio, la ricerca in questione si è mostrata debole sulla definizione dei sapori, in quanto ogni persona percepisce i sapori in modo diverso. Motivo per il quale serviranno maggiori approfondimenti per capire, infine, se alla base di questa ipotizzata correlazione tra cibi amari e comportamenti antisociali esista realmente una causa biologica oppure psicologica.


sabato 17 ottobre 2015

Sponge Suit, il bikini stampato in 3D che pulisce l’oceano.


Si sa, l'inquinamento dell'acqua, (sia che si tratti di fiumi e laghi o che si tratti mari ed oceani), è un problema che richiede contromisure immediate ed efficaci, ad ogni livello, per salvaguardare l'intero ecosistema naturale. Ed è proprio con questo scopo che una soluzione tanto originale quanto innovativa arriva dai laboratori dell'University of California Riverside, nella quale è stato un "super materiale" in grado di respingere l'acqua assorbendo e trattenendo al suo interno i materiali inquinanti. Tra l'altro un suo possibile impiego è quello in mostra in questi giorni nei padiglioni della Maker Faire di Roma che si è già aggiudicato il primo premio nella competizione internazionale di design Reshape 2015, in quanto rappresenta uno dei progetti più promettenti in merito all'impiego di tecnologie indossabili, sostenibili ed eco-friendly. In pratica si tratta di "Sponge Suit", un bikini a tutti gli effetti, ma realizzato con la stampa 3D e con l'imbottitura costituita, appunto, dal materiale in questione. In sostanza lo sviluppo di questo materiale è iniziato circa 4 anni fa, con uno scopo ben differente, cercando di realizzare un materiale da utilizzare per la desalinizzazione dell'acqua. Ad ogni modo il materiale con cui è imbottito questo bikini è un composto altamente poroso ed idrorepellente, ottenuto mediante il riscaldamento del saccarosio, con una nanostruttura che, come già anticipato, gli permette di assorbire le sostanze inquinanti fino ad un peso massimo fino a 25 volte superiore rispetto al proprio, senza rilasciarlo finché non viene riscaldato ad una temperatura di oltre 1.000° C. Inoltre per quanto riguarda la sicurezza di chi indossa "Sponge Suit", è pienamente garantita, considerando che gli agenti contaminanti vengono immagazzinati nella parte porosa posta all'interno, in modo da non andare a toccare la pelle. Per di più il materiale in questione può essere utilizzato fino a 20 volte prima di esaurire la propria efficacia, per poi essere interamente riciclato; mentre lo stesso può essere fatto ovviamente con costumi da uomo o cuffie, tanto che per il 2016 è stata ipotizzata una gara intercontinentale di nuoto per pulire gli oceani, (come si può vedere nella 3ª immagine qui in basso). Comunque sia un altro potenziale impiego potrebbe essere, infine, all'interno delle piscine: ambienti che richiedono un costante monitoraggio della qualità dell'acqua e l'intervento immediato nel caso di contaminazioni.

Di seguito alcune immagini:
http://www.youreshape.com/site/wp-content/uploads/2015/07/RESHAPE15_9AU7_SPONGESUIT_Pagina_3.jpg
http://www.youreshape.com/site/wp-content/uploads/2015/07/RESHAPE15_9AU7_SPONGESUIT_Pagina_2.jpg
http://www.youreshape.com/site/wp-content/uploads/2015/07/RESHAPE15_9AU7_SPONGESUIT_Pagina_1.jpg
...ed un breve video di presentazione:




venerdì 16 ottobre 2015

Virgin Media presenta "Smart Pavements", il primo marciapiede che offre Wi-Fi pubblico.


In un mondo dove la comunicazione digitale è in rapida crescita non c'è niente di più comodo che poter connettersi ad una rete wireless anche quando si è fuori casa. Difatti, oltre alla possibilità di non sprecare il prezioso traffico dati del proprio operatore telefonico, il collegamento ad una rete Wi-Fi garantisce spesso velocità, stabilità ed una navigazione senza troppi pensieri. Tuttavia per far ciò bisognerebbe offrire all'attuale tecnologia dalla portata geografica limitata un accesso capillare che vada oltre ai comuni hotspot e totem pubblici. Ed in questo senso un'idea particolarmente interessante giunge dall'Inghilterra, dove si sta lavorando affinché il segnale wireless provenga nientemeno che dai marciapiedi. In pratica si tratta di "Smart Pavements", un progetto portato avanti  da Virgin Media, ed attualmente in fase di test a Chesham, (nel Buckinghamshire), che così si aggiudica il titolo di prima cittadina al mondo pronta ad offrire connessioni fino a 166 Mbps semplicemente a tutti coloro che passeggiano per strada. In sostanza il progetto in questione ha visto l'installazione di speciali "access point", appunto, a livello del manto stradale, alimentati dalla cosiddetta tecnologia DOCSIS 3: ogni punto d'accesso è coperto da una speciale resina, pensata per non filtrare il segnale radio, completamente resistente all'acqua e mimetizzata nella normale pavimentazione del marciapiede; il tutto per un'estensione di connettività davvero prodigiosa, capace di coprire le esigenze di circa 21.000 residenti. Inoltre la velocità è sempre garantita, tanto che la stessa Virgin Media ha voluto sottolineare che: "Grazie a questo Wi-Fi pubblico, si può scaricare un episodio della propria serie preferita in circa 35 secondi". Tra l'altro l'accesso alla rete wireless pubblica è libero, quindi assicurato anche a chi non è cliente della società in questione: l'unica cosa da fare è scaricare "WiFi Buddy", ossia l'apposita applicazione disponibile sia per dispositivi Android che iOS; mentre per laptop ed altri dispositivi è previsto un accesso tramite una speciale pagina Web. Ad ogni modo grazie a questo progetto la Virgin Media si aspetta un aumento del 10.000% del traffico dati in Inghilterra nel 2025, considerata la crescita attuale degli accessi mobile di circa il 60% all'anno. Per di più, data la richiesta sempre più grande di banda e di soglia dati a disposizione, le singole tecnologie cellulari potrebbero non essere più sufficienti per garantire i fabbisogni cittadini, perciò l'installazione di punti Wi-Fi capillari, (come quelli previsti da "Smart Pavements"), potrà sopperire ad eventuali mancanze; il tutto senza rinunciare al decoro urbano, né dovendo, infine, ricorrere a costosi e complessi processi d'installazione.


giovedì 15 ottobre 2015

USB Killer, la pen drive che "frigge" i computer.


Generalmente una pen drive USB viene utilizzata per trasferire dati da un computer ad un altro ma, come si è più volte visto e sentito, in alcuni casi può essere usata come "veicolo" per distribuire malware. Tuttavia di recente un ricercatore russo, (che si cela dietro il nickname Dark Purple), ha annunciato sul suo blog di aver realizzato la USB Killer 2.0, vale a dire una particolare chiavetta USB che, come si può intuire dallo stesso nome, è in grado di distruggere i componenti interni di un computer in pochi secondi, applicando alla porta USB una tensione negativa di 220 Volt che di fatto "frigge" il computer. Tra l'altro, nonostante si tratti di un gadget poco sofisticato, (che farebbe gola a qualsiasi aspirante James Bond), un utente difficilmente può prevenire un simile attacco fisico, in quanto esternamente USB Killer 2.0 è del tutto identica a molte altre pen drive in commercio. Ovviamente nel post pubblicato sul suo blog il ricercatore non ha elencato i componenti utilizzati, ma ha spiegato brevemente il suo funzionamento che sfrutta un ciclo continuo di sovratensioni elettriche. Difatti quando la pen drive in questione viene inserita alla porta USB si attiva un convertitore DC-DC, il quale carica i condensatori fino ad arrivare, appunto, ad una tensione di -220 Volt. Una volta raggiunto questo valore, il convertitore si spegne, per poi riattivarsi quando la carica del condensatore aumenta a -7 Volt: questo ciclo viene ripetuto più e più volte finché la scheda madre non si brucia. Ad ogni modo Dark Purple per dimostrare ciò ha pubblicato anche un breve video che mostra il funzionamento di USB Killer 2.0 su un povero Lenovo ThinkPad X60, che dopo un paio di secondi si spegne e non si riaccende più. Tuttavia il ricercatore ha sottolineato che tutti gli altri componenti, (tra cui il disco rigido), non vengono danneggiati dall'attacco; anche se per riavere il proprio Pc l'utente dovrà necessariamente sostituire la scheda madre. Motivo per il quale il consiglio finale è solo uno: non accettare pen drive USB da altri, almeno che non si tratti di persone fidate.

Di seguito alcune immagini di USB Killer 2.0:
https://i1.wp.com/securityaffairs.co/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/Killer-USB-2.jpg
http://www.diazmag.com/wp-content/uploads/2015/10/USB-Killer-2.0.jpg
https://www.tomshw.it/data/thumbs/2/2/2/0/usb-killer-1438b63d7194ce7d0f211589a7f88607c.jpg
...ed il suddetto video dimostrativo:




mercoledì 14 ottobre 2015

Scoperto come nascono le allucinazioni.


A quanto pare le allucinazioni nascono quando il cervello interpreta il mondo circostante basandosi più sulle conoscenze accumulate in passato che sulle informazioni visive percepite al momento. O almeno questo è quanto dimostra un recente studio dell'Università di Cambridge e quella di Cardiff, pubblicato sul Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, (noto anche non la sigla PNAS). In pratica i ricercatori sono giunti a tale conclusione dopo aver mostrato delle immagini ambigue, (vale a dire composte da chiazze bianche e nere; un po' come quelle usate nel noto test di Rorschach), sia a persone sane che a pazienti che manifestavano i primi segni di una psicosi. I risultati hanno evidenziato che quest'ultimi si sono dimostrati molto più abili nel decifrare le immagini proprio grazie all'alterazione del loro sistema di percezione visiva, il quale tende ad interpretare il mondo non tanto sulla base delle informazioni acquisite con la vista, quanto sulle previsioni elaborate, appunto, in base alle conoscenze precedenti. Insomma, si tratta di una scoperta che dimostra come le allucinazioni non siano necessariamente espressione di un cervello malato, ma siano frutto di uno squilibrio dell'organo in questione, che tenta di interpretare la realtà circostante e di sopperire in tal modo ad una certa mancanza. Al riguardo Christoph Teufel, psicologo all'Università di Cardiff, ha spiegato: "È il nostro cervello a costruire il mondo così come lo vediamo. Davanti a informazioni ambigue, il cervello cerca di interpretarle riempiendo gli spazi bianchi, ignorando quello che sembra essere fuori posto, e finisce col presentarci un'immagine elaborata apposta per rispondere alle nostre aspettative". Mentre Paul Fletcher, psichiatra dell'Università di Cambridge, ha, infine, concluso dichiarando: "Avere un cervello capace di fare previsioni è utile per farci un'idea coerente del mondo, ma ciò significa anche che non siamo poi così distanti dal percepire cose che in realtà non esistono: quello che noi definiamo, appunto, allucinazione. Negli ultimi anni abbiamo capito che queste percezioni alterate non riguardano solo persone con malattie mentali, ma sono relativamente comuni, seppur in forme più lievi".

Di seguito una delle immagini usate nello studio:
 http://cdn.newsapi.com.au/image/v1/be7e205060e6d6c079afbb52f377d411?width=650