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lunedì 31 agosto 2015

The Walking Dead: Un crossover con Fear The Walking Dead ci sarà, ma si tratterà di uno speciale stand-alone.


A quanto pare, nonostante le varie smentite ed indiscrezioni circolate in quest'ultimo mese, The Walking Dead non è poi così distante dall'appena nata Fear The Walking Dead, (arrivata ieri al secondo episodio: non è tuttora chiaro come, quando e se sarà trasmessa in Italia, considerando che Horror Channel ha chiuso le trasmissioni lo scorso 30 Giugno a causa del mancato rinnovo del contratto con Sky). Infatti in questi giorni AMC, l'emitente televisivo che trasmette entrambe le serie, ha annunciato che una sorta di crossover sarà mostrato ai fan durante la prossima stagione di The Walking Dead, (vale a dire la sesta che farà il suo debutto il prossimo 11 Ottobre negli USA; il 12 Ottobre in Italia). In pratica si tratterà di un cosiddetto speciale "stand-alone" della durata totale di circa 30 minuti: di fatto potrebbe essere considerato come una webserie che, secondo le prime indiscrezioni, sarà ambientata durante il periodo in cui hanno, appunto, luogo le vicende narrate in Fear The Walking Dead, (quindi alle origini dell'epidemia), e mostrerà cosa succede quando degli zombie attaccano i passeggeri di un volo, provocando lo schianto dello stesso. Fortunatamente a questo inferno sopravviverà un personaggio, (molto probabilmente si tratterà di un personaggio appartenente alla serie principale, o comunque apparso nel corso delle passate 5 stagioni), che si unirà al cast dello spin-off nella già ordinata ed annunciata seconda stagione, che andrà in onda nel 2016, (probabilmente a fine Agosto). Ad ogni modo per The Walking Dead non sarebbe la prima webserie: nel corso degli anni si sono succedute Torn Apart, (nel 2011), Cold Storage, (nel 2012), e The Oath, (nel 2013). Comunque sia per il momento non è, infine, ben chiaro chi scriverà questo speciale, in quanti webisode sarà suddiviso e se sarà proposto anche in Tv o se, come le suddette altre 3, resterà soltanto una webserie.

*(Aggiornamento del 29/09/2015): La AMC ha annunciato che questa nuova webserie si intitolerà Flight 462 e debutterà negli Stati Uniti il prossimo 4 Ottobre, in occasione del finale della prima stagione di Fear The Walking Dead, per poi proseguire con un nuovo webisode ogni settimana per tutta la durata della tanto attesa 6ª stagione di The Walking Dead, (che, come già detto, farà il suo debutto il prossimo 11 Ottobre). Inoltre, come si può facilmente intuire dal nome e come già spiegato, questa nuova webserie racconterà la drammatica esperienza di un gruppo di passeggeri di un volo commerciale, (molto probabilmente potrebbe trattarsi dell'aereo in procinto di schiantarsi che appare un po' prima della fine del 3° episodio di Fear The Walking Dead), durante le prime fasi dell'epidemia zombie, quando un viaggiatore infetto minaccia gli altri a bordo dell'aereo, finendo con il provocare lo schianto dello stesso: resterà un solo sopravvissuto, il quale andrà ad unirsi al cast di Fear The Walking Dead nella seconda stagione. Ad ogni modo Flight 462 sarà composta da 16 webisode, della durata di circa 1 minuto ciascuno, i quali saranno, infine, disponibili su AMC.com e saranno trasmessi anche in Tv durante i blocchi pubblicitari della prossima stagione di The Walking Dead.



domenica 30 agosto 2015

AWA Modula, il sistema per produrre acqua dall'aria.


A quanto pare esiste un metodo per produrre acqua potabile dall'aria in modo da portare un bene essenziale per la vita anche nelle zone ad alta desertificazione; o almeno questo è quanto ha annunciato di recente la startup svizzera SEAS, (sigla che sta per "Societè de l'eau aérienne Suisse"), in occasione di un convegno organizzato nel padiglione della Svizzera all'EXPO 2015. In pratica questa innovazione si chiama "AWA Modula", (non a caso acronimo di Air to Water to Air), ed è, appunto, in grado di produrre acqua dall'aria in qualsiasi luogo, senza bisogno di avere fonti di acqua già esistenti da trattare, (come ad esempio, mari, fiumi, laghi o acque reflue), in modo da permette di avere a disposizione una fonte praticamente inesauribile di acqua esattamente dove necessita. Tra l'altro con AWA Modula si può ottenere acqua potabile arricchita di sali minerali, ma anche acqua per uso agricolo, distillata per uso alimentare, farmaceutico, ospedaliero o industriale. Inoltre i 4 modelli finora disponibili, (AWA Modula 250, AWA Modula 500, AWA Modula 750 ed AWA Modula 1000), permettono di produrre rispettivamente 2.500, 5.000, 7.500 e 10.000 litri al giorno, modulabili sino a centinaia di metri cubi. Al riguardo Anna Magrini, docente del Dipartimento di Ingegneria Civile ed Architettura, (sezione Idraulica, Ambientale ed Energetica), dell'Università degli Studi di Pavia, ha commentato: "La tecnologia è frutto di oltre 4 anni di ricerca e sviluppo e garantisce un impatto ambientale basso o nullo: non rilascia impurità nell'ecosistema locale ed offre una fonte illimitata ed inesauribile di acqua potabile". Ad ogni modo la SEAS, (nata nel 2014), alcuni mesi fa ha donato alla onlus UNAKids, (la quale lavora per garantire migliori condizioni di vita ai minori nelle regioni colpite dalla guerra), un sistema capace di produrre 2.500 litri di acqua potabile al giorno, (quindi un AWA Modula 250); mentre successivamente ha, infine, introdotto il suo sistema già in alcune zone di America Latina, (per la precisione Messico, Perù, Ecuador), nelle Isole Caraibiche, in Nord Africa, in Sud Africa, in Libano e negli Emirati Arabi.

Di seguito le immagini dei suddetti 4 modelli:
http://www.seas-sa.com/wp-content/uploads/2015/03/awa-250-1024x637.jpg
AWA Modula 250.
http://www.seas-sa.com/wp-content/uploads/2015/03/awa-500-1024x637.jpg
AWA Modula 500.
http://www.seas-sa.com/wp-content/uploads/2015/04/awa-750-1024x637.jpg
AWA Modula 750.
http://www.seas-sa.com/wp-content/uploads/2015/04/awa-1000-1024x637.jpg
AWA Modula 1000.



sabato 29 agosto 2015

Sperimentato un nuovo tipo di trapianto di "isole pancreatiche" per la cura del diabete.


In questi giorni è stata sperimentata con successo una nuova tecnica di trapianto delle cosiddette "isole pancreatiche", (dette anche isole di Langerhans: vale a dire una porzione delle cellule del pancreas), per la cura del diabete; o almeno questo è quanto hanno fatto sapere i ricercatori del Diabetes Research Institute, (noto anche con la sigla DRI), dell'Università di Miami. Inoltre si tratta di un risultato che vede protagonista anche la ricerca italiana: a contribuire allo sviluppo del nuovo metodo figurano anche l'Ospedale Niguarda di Milano, il San Raffaele e l'Istituto Mediterraneo per i Trapianti e Terapie ad alta specializzazione, (meglio conosciuto con la sigla ISMETT), di Palermo. In pratica questa nuova tecnica rappresenta un primo importante passo verso lo sviluppo di un organo bioingegnerizzato capace di imitare il pancreas. Difatti da diversi anni è in fase di sperimentazione una tecnica che prevede, appunto, il trapianto delle "isole pancreatiche" ed, anche se quella al momento disponibile è risultata funzionare in alcuni pazienti ormai già da 10 anni, solitamente questo trapianto avviene infondendo le "isole pancreatiche" direttamente nel fegato, dove il contatto con il sangue può attivare una reazione infiammatoria che andrebbe a danneggiare le "isole" stesse. Motivo per il quale i ricercatori di Miami hanno pensato di sviluppare una tecnica alternativa di trapianto. Al riguardo Camillo Ricordi, professore di chirurgia e direttore del DRI, ha spiegato: "Questo è il primo caso in cui le "isole" sono state trapiantate con tecniche di ingegneria tissutale all'interno di una impalcatura biologica e riassorbibile sulla superficie dell'omento, tessuto che riveste gli organi addominali. Il sito è accessibile con la chirurgia minimamente invasiva, ha lo stesso apporto di sangue e le stesse caratteristiche di drenaggio del pancreas e permette di minimizzare la reazione infiammatoria e quindi il danno alle isole trapiantate". In sostanza questa impalcatura "biodegradabile" è una combinazione del plasma del paziente e della trombina, ossia un comune enzima per uso clinico: queste sostanze, quando unite, creano una sostanza gelatinosa che si attacca, appunto, all'omento e mantiene le "isole" in sede. Tra l'altro l'organismo assorbe gradualmente il gel lasciando le "isole" intatte, mentre si formano nuovi vasi sanguigni che forniscono ossigeno ed altri nutrienti necessari per la sopravvivenza delle cellule. In tal proposito Bruno Gridelli, direttore dell'ISMETT, ha, infine, concluso dichiarando: "Nel nostro istituto, anche grazie alla partecipazione al DRI, seguiamo con grande interesse questa nuova promettente tecnica di trapianto di "isole" che ha una grande potenzialità di cura per i pazienti diabetici. Speriamo di poter anche noi quanto prima partecipare a questa innovativa ricerca".


Di seguito un'immagine che riassume la nuova tecnica:
http://www.diabetesresearch.org/image/diabetes-news/Engineering-a-Biological-Scaffold-for-a-DRI-BioHub-Platform.jpg



venerdì 28 agosto 2015

La benzina del futuro potrebbe arrivare dagli scarti dell'uva.


A quanto pare gli scarti dell'uva derivanti dalla produzione di vino potrebbero diventare biocarburanti "competitivi"; o almeno questo è quanto ha sostenuto di recente una ricerca australiana condotta dall'Università di Adelaide, pubblicata su Bioresource Technology, la quale ha dimostrato come dalla fermentazione di una tonnellata di scarti di uva, (ovvero la vinaccia, gli steli ed i semi), sia possibile ottenere fino a 400 litri di bioetanolo, ossia l'etanolo prodotto dalla fermentazione delle cosiddette biomasse e che può essere utilizzato come carburante. D'altro canto non è una novità che il mercato dei biocarburanti è in continua espansione a livello globale e la ricerca scientifica sta realizzando diverse soluzioni innovative per produrli. Ed al riguardo Rachel Burton, principale autrice dello studio australiano, ha spiegato: "Sfruttare gli "avanzi" della produzione di vino per produrre biocarburanti ha del potenziale economico per quello che è in gran parte un prodotto di scarto". In pratica durante la ricerca in questione, analizzando la vinaccia di due varietà di uva, (vale a dire il Cabernet-sauvignon ed il Sauvignon Blanc), i ricercatori hanno scoperto che la maggioranza dei carboidrati in esse contenuta può essere convertita direttamente in etanolo attraverso il processo di fermentazione, con una resa di 270 litri per ogni tonnellata di scarti: un risultato migliorabile se si utilizzano trattamenti a base di acidi e enzimi, arrivando, appunto, a produrre fino a 400 litri di bioetanolo per ogni tonnellata di vinaccia. In tal proposito Kendall Corbin, co-autrice dello studio, ha, infine, dichiarato: "Utilizzare le biomasse vegetali per la produzione di biocarburanti liquidi può essere difficile a causa della sua natura strutturalmente complessa, che non è sempre facile da scomporre. Tuttavia l'intero procedimento viene semplificato e reso "low cost" grazie alle insospettabili potenzialità della vinaccia: è disponibile senza difficoltà, può essere ottenuta a buon mercato ed è ricca del tipo di carboidrati che vengono fermentati facilmente. Con la nostra ricerca abbiamo dimostrato che c'è un nuova potenziale industria con l'evoluzione degli impianti di trasformazione dei biocarburanti locali per aggiungere valore all'uva per un biocarburante ecologico".


giovedì 27 agosto 2015

Facebook: L'assistente virtule si chiama "M" e sarà integrato all'interno di Messenger.

Il logo di "M".

La notizia che Facebook stesse lavorando ad un suo assistente virtuale, da inserire all'interno di Messenger, (ipoteticamente chiamato "Moneypenny", prendendo spunto dalla storica assitente di James Bond), risale a circa un mese fa e da allora non si era saputo più niente. O almeno così è stato finora; infatti in questi giorni David Marcus, Vice Presidente dei prodotti di messaggistica, ha annunciato l'arrivo di "M", appunto, un assistente virtuale che al momento può essere usato da poche centinaia di persone che risiedono nella San Francisco Bay Area. In pratica "M" funzionerà in modo simile a Siri, Google Now e Cortana, in quanto potrà cercare informazioni ed eseguire azioni per conto dell'utente; anche se ci sono due principali differenze rispetto alle tecnologie di Apple, Google e Microsoft. Innanzitutto sarà disponibile solo all'interno di Messenger, (il quale nel corso del tempo è passato da semplice strumento di comunicazione a completa piattaforma che, a sua volta, include altre applicazioni e servizi); mentre la seconda differenza è che, sebbene sfrutti anch'esso l'intelligenza artificiale, "M" sarà in grado di risponde a domande più complesse grazie all'aiuto degli esseri umani. Infatti Facebook ha deciso di creato un team di persone specializzate, (detti gli "M trainers"), che supervisioneranno l'assistente virtuale e verificheranno la correttezza delle risposte. Insomma si potrebbe dire che "M" è un'intelligenza artificiale ibrida che viene "addestrata" dagli esseri umani, utilizzando il cosiddetto deep learning. Tra l'altro, grazie a questa collaborazione uomo-macchina, "M" potrà eseguire compiti che Siri, Google Now e Cortana non possono eseguire, come, ad esempio: acquistare prodotti, prenotare un ristorante oppure organizzare un viaggio. Ad ogni modo questo nuovo servizio è gratuito, anche se in realtà Facebook sottoscriverà accordi con diversi partner per ottenere una percentuale sulle transazioni degli utenti. In ogni caso per usare "M" sarà sufficiente toccare un piccolo pulsante che apparirà nella parte inferiore di Messenger, e tramite il quale sarà possibile interagire con l'assistente virtuale proprio come avviene con un amico. Tuttavia gli utenti non sapranno se le risposte alle loro richieste saranno date da un computer oppure da un persona in carne ed ossa: le conversazioni avverranno in linguaggio naturale e l'assistente potrà fare domande per portare a termine il suo compito; per fare un esempio, dopo aver consigliato un ristorante, potrà chiedere se sia i caso di prenotare un tavolo. Comunque sia per adesso "M" non utilizzerà i dati raccolti da Facebook: i suggerimenti verranno forniti solo in base alle risposte alle domande ed alle precedenti conversazioni effettuate dagli utenti. Tuttavia non è detto che in futuro il suo funzionamento possa cambiare; anche se questo avverrà solo con il consenso degli utenti. Comunque, anche se Facebook ha fatto sapere che espanderà gradualmente il numero di utilizzatori, non ha, infine, ben specificato quando l'assistente virtuale in questione sarà disponibile per tutti gli utenti Messenger.

Di seguito alcuni screenshot:
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mercoledì 26 agosto 2015

Scoperto che un QI sopra la media da piccoli potrebbe portare ad un disturbo bipolare da grandi.


A quanto pare i bambini con un quoziente intellettivo, (meglio noto con la sigla QI), al di sopra della media, dotati di spiccata creatività ed ottime abilità verbali, potrebbero presentare un rischio più elevato di andare incontro ad un disturbo bipolare una volta raggiunta la maggiore età; o almeno questo è quello che ha messo in evidenza un recente studio condotto da ricercatori delle Università di Glasgow, di Bristol, di Cardiff e del Texas e pubblicato sulla rivista British Journal of Psychiatry. In pratica questa ricerca ha passato in rassegna i dati dello studio di coorte ALSPAC, (acronimo di Avon Longitudinal Study of Parents and Children), il quale ha raccolto informazioni su 14.000 famiglie inglesi per ben 20 anni, ottenendo dati relativi a vari aspetti della loro salute fisica e mentale. Ed è stato combinando le informazioni relative ad un campione di 1.881 ragazzi, che i ricercatori hanno, appunto, osservato una diretta relazione tra il QI misurato all'età di 8 anni e l'incidenza di disturbi dell'umore attorno all'età di 22-23 anni, riconducibili principalmente ad un disturbo bipolare. In particolare, coloro che mostravano la maggior incidenza di episodi maniacali nella maggiore età avevano punteggi di QI superiori di circa 10 punti rispetto alla media dei coetanei all'età di 8 anni, evidenziando ancor di più la possibile relazione tra le abilità intellettive e l'incidenza di disturbi maniaco-depressivi. A riguardo Daniel Smith, ricercatore dell'Università di Glasgow, ha puntualizzato: "Non stiamo dicendo che un elevato QI nell'età dell'infanzia sia un chiaro fattore di rischio per il disturbo bipolare, ma piuttosto che è probabile che ci sia una biologia condivisa tra l'intelligenza ed il disturbo bipolare, che necessita di essere compresa più a fondo". Difatti, sempre secondo il ricercatore, numerosi fattori concorrono ad accrescere il rischio di sviluppare un disturbo bipolare nell'arco della vita, tra cui la familiarità a questo disturbo, gli eventi stressanti e l'abuso di droghe. In tal proposito ha concluso spiegando: "La nostra scoperta ha implicazioni importanti per comprendere come la predisposizione al disturbo bipolare potrebbe essere stata selezionata nel corso delle generazioni. Una possibilità è che i gravi disturbi dell'umore come il disturbo bipolare siano il prezzo che l'essere umano si trova a pagare per i loro tratti più adattativi come l'intelligenza, la creatività e le competenze verbali". Tra l'altro un'altra ricerca condotta sempre di recente presso il King's College London ha ulteriormente messo in evidenza questa relazione, mostrando una possibile base biologica comune tra le creatività umana e l'incidenza di malattie mentali, come il disturbo bipolare o la schizofrenia. In sostanza anche in questo studio, analizzando una serie di personalità ritenute "creative", (come, ad esempio, musicisti, artisti e scrittori), i ricercatori sono, infine, giunti alla conclusione che il loro rischio di sviluppare un disturbo mentale nel corso della loro vita risulta essere significativamente superiore alla media; probabilmente anche per via di una possibile base genetica comune che accomuna il genio con la follia.


martedì 25 agosto 2015

Facebook: Arriva il pulsante "Dona ora" per tutte le associazioni non profit.


A partire da oggi su Facebook sarà possibile effettuare donazioni a specifiche associazioni che scelgono questa tipologia di raccolta fondi; difatti un apposito pulsante chiamato "Donate Now", (trascritto nella versione italiana come "Fai subito la tua donazione"), è stato affiancato agli altri pulsanti già presenti, (ovvero i vari "Acquista" o "Iscriviti", "Mi Piace", "Messaggio" ecc...), offrendo, appunto, la possibilità di entrare in contatto diretto con le associazioni tramite un supporto diretto e concreto. Al riguardo gli stessi responsabili del Social Network in Blu tramite una nota ufficiale hanno spiegato: «Le persone ogni giorno utilizzano Facebook come strumento per diffondere e ampliare la visibilità delle cause verso cui sono sensibili e per motivare gli altri a fare altrettanto. Per questa ragione abbiamo aggiunto l'opzione call-to-action "Donate Now" sulle Pagine e sui Link ads, per rendere queste connessioni ancora più immediate». In pratica si tratta di
un'opzione che era stata lanciata nel 2013, anche se in ambito ristretto a poche organizzazioni (quali, ad esempio, la Croce Rossa o l'American Cancer Society), con cui Facebook aveva stipulato degli accordi. Mentre a partire da adesso tutte le organizzazioni non profit che hanno una pagina o pagano link promozionali sulla piattaforma avranno la possibilità di lanciare una campagna per la raccolta fondi; con un bacino potenziale di utenti è di oltre un miliardo e 300.000 utenti in tutto il mondo. Tra l'altro questo nuovo pulsante può avere un valore fondamentale poiché cavalca la pulsione emotiva che si genera quando il coinvolgimento tra associazioni e persone viene ad instaurarsi: un esempio di ciò, usato in modo non casuale da Facebook nella propria dimostrazione, è quella dell'ALS Association, (associazione per la ricerca sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica), che lo scorso anno raccoglieva i frutti di una iniziativa virale di grandissimo impatto quale l'Ice Bucket Challenge; difatti all'epoca milioni di secchiate d'acqua gelata in testa si trasformarono in un fenomeno di massa che aumentò a dismisura le donazioni, e se ci fosse stato un semplice pulsante come quello nato nelle scorse ore, avrebbe reso ancor più imponente l'entità del progetto. Insomma, come si può capire, "Fai subito la tua donazione" può essere considerato come l'anello mancante nella catena della raccolta fondi tramite canali social. Perciò è chiaro come Facebook, che può mettere in contatto associazioni e persone come mai successo in precedenza, abbia deciso di tendere la mano alle organizzazioni senza fini di lucro, candidandosi come piattaforma ideale per le cosiddette iniziative di fund raising. Tuttavia, considerando che cliccando sul nuovo pulsante si viene reindirizzati ad un link esterno, al momento Facebook non gestisce ancora la transizione del denaro, (cosa da non escludersi per il futuro), e veicola semplicemente l'utente sul sito indicato dall'associazione. Ad ogni modo le specifiche del meccanismo suggeriscono agli utenti la dovuta attenzione affinché non si cada in pagine truffa: evitare pagine non affidabili ed approfondire la conoscenza delle associazioni prima di donare sarebbe, infine, un meccanismo di prevenzione necessario affinché il denaro possa fluire effettivamente nelle mani giuste.

Di seguito alcuni screenshot del nuovo pulsante:
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https://tctechcrunch2011.files.wordpress.com/2015/08/screen-shot-2015-08-24-at-1-04-44-pm.png?w=738&h=334



lunedì 24 agosto 2015

PTBP1, la proteina che ha reso gli uomini più intelligenti degli altri animali.


Se gli essere umani sono più intelligenti di tutti gli altri animali del pianeta, il merito è di una particolare proteina, che nel corso dell'evoluzione è cambiata, facendo moltiplicare di molto i neuroni del cervello: in questo modo gli uomini, (ed in generale i mammiferi), sono diventati i vertebrati dotati dell'organo cerebrale più grande e complesso del mondo animale. O almeno questa è la conclusione a cui è arrivato un recente studio effettuato da alcuni ricercatori dell'Università di Toronto, guidati da Benjamin Blencowe, e pubblicato sulla rivista Science. In pratica, come già noto, le dimensioni e le complessità del cervello tra i vertebrati variano di parecchio, pur avendo lo stesso set di geni: ad esempio, gli uomini e le rane sono divisi da 350 milioni di anni di evoluzione e, pur usando un repertorio di geni simili per costruire gli organi nel loro corpo, hanno diverse capacità cerebrali, e l'uomo ha un cervello 100 volte più grande e molto più complesso. Si tratta di differenze di cui finora non era chiaro il perché e che i ricercatori canadesi sono riusciti a svelare, facendo sapere che il merito è tutto, appunto, della proteina PTBP1, già nota da tempo agli scienziati, ma di cui solo ora si è capito il ruolo. Al riguardo il biologo Giuseppe Novelli, presidente dell'Università Tor Vergata, ha commentato: "Nel corso dell'evoluzione questa proteina nei mammiferi ha perso un pezzo, diventando più corta". Ciò le ha consentito di diventare la principale protagonista di un processo molto importante per la produzione delle proteine e degli organi nel corpo: il cosiddetto "splicing alternativo". In sostanza si tratta di un meccanismo per cui i frammenti dei geni vengono assemblati e mischiati creando un numero molto grande di proteine, (tra loro diverse), superiore a quello dei geni. In tal proposito lo stesso Giuseppe Novelli ha proseguito spiegando: "Ecco perché abbiamo molte più proteine di quanti sono i nostri geni. Lo splicing alternativo è presente anche nelle piante e negli anfibi, ma in misura minore rispetto ai mammiferi. Nelle piante il 60% dei geni è soggetto a splicing alternativo, mentre nell'uomo ben il 95%"; ed anche se questo processo è presente in tutti gli organi, risulta essere molto più diffuso nel cervello. Ad ogni modo in merito al suddetto studio canadese il genetista dell'Università Tor Vergata ha dichiarato: "In questo studio si è capito che la proteina PTBP1 è collegata allo sviluppo cerebrale ed agisce da unico direttore d’orchestra, mentre gli orchestrali sono gli splicing". Ma non è tutto: i ricercatori canadesi hanno posto questa proteina nell'embrione del pollo, riscontrando un aumento del suo sviluppo cerebrale. Al riguardo il genetista Edoardo Boncinelli ha puntualizzato: "Il che non significa che il pollo diventi più intelligente. Senz'altro è un processo che fa crescere il numero dei neuroni nel cervello, quindi le sue dimensioni e complessità". Comunque sia le implicazioni di questa scoperta potrebbero essere abbastanza importanti; difatti in tal proposito lo stesso Giuseppe Novelli ha, infine, concluso spiegando: "Ci sono diverse malattie come la distrofia miotonica o la progeria, collegate allo splicing alternativo. Ora bisognerà capire il ruolo di questa proteina e delle sue piccole mutazioni in tali patologie".


domenica 23 agosto 2015

Dall'Olanda arriva la casa-container autosufficiente al 100%.


Certo, non sarà una mega-villa, ma la casetta di circa 30 metri quadri che arriva all'Olanda è completamente alimentata da energie rinnovabili e promette di dire addio a bollette e sprechi. In pratica si tratta di un cosiddetto "container off-grid", (vale a dire non legato alla rete elettrica), è stato progettato e realizzato con materiali a basso impatto ambientale dalla startup Sustainer Homes e risulta essere, appunto, autosufficiente al 100% dal punto di vista energetico. Tra l'altro l'attuale prototipo è in grado di produrre circa 5.000 chilowatt all'anno ed è dotata di batteria che gli consente di conservare l'energia prodotta in eccesso, consentendo così un approvvigionamento elettrico costante in grado di soddisfare confortevolmente i bisogni energetici dei suoi abitanti; il tutto utilizzando un sistema misto eolico e fotovoltaico. Inoltre, entrando un po' più nel dettaglio, la Sustainer Homes ha sviluppato il prototipo di questa casa-container, (pensato in modo da poter ospitare, ovviamente, 1 o 2 persone e con l'obiettivo di tagliare gli sprechi energetici e di promuovere una soluzione abitativa che faccia dell'ecosostenibilità la sua vocazione primaria), in circa un mese isolandolo termicamente ed utilizzando materiali rigorosamente sostenibili: a partire dai pannelli di costruzione, (derivati dal recupero e dal trattamento dei rifiuti agricoli), fino alle vernici atossiche a base di olio di lino. Ma non è tutto: il flusso di acqua potabile è garantito da un sistema posto sul tetto, il quale filtra e depura l'acqua piovana; anche le acque di scarico vengono filtrate prima di essere disperse nel terreno. Ad ogni modo la casa-container olandese è soltanto l'ultimo esempio di una crescente attenzione globale dedicata alla cosiddetta "bioedilizia": di recente sono stati sotto l'attenzione dei media progetti come WaterNest 100, la casa solare galleggiante italiana riciclabile al 100%; Solcer House ed Aktivhouse B10, i prototipi di casa attiva costruiti rispettivamente in Galles e Germania. Comunque sia il costo della casa-container olandese si aggira, infine, intorno ai 75.000 euro: un prezzo che può essere considerato conveniente se si considerano i prezzi degli immobili in Italia, dove con una spesa simile in una grande città non si acquista nemmeno un monolocale in periferia, nonostante la crisi degli immobili e senza contare le successive spese per le bollette.

Di seguito alcune immagini:
http://www.designboom.com/wp-content/uploads/2015/08/sustainer-homes-intro-interview-designboom-08-818x430.jpghttp://www.designboom.com/wp-content/uploads/2015/08/sustainer-homes-intro-interview-designboom-07-818x440.jpghttp://www.circulairondernemen.nl/uploads/95bb5091485f7fb3d1c52c65b919c7d5_large.jpeg



sabato 22 agosto 2015

Creato il primo "wormhole" in laboratorio.


A quanto pare un gruppo di ricercatori è riuscito a realizzare in laboratorio un wormhole che "può trasmettere un campo magnetico da un punto ad un altro dello spazio, attraverso un percorso che è magneticamente invisibile"; o almeno questo è quanto ha affermato Jordi Prat-Camps, (candidato al dottorato in fisica presso l'Università Autonoma di Barcelona, nonché coordinatore di uno studio pubblicato in questi giorni su Nature), il quale ha poi aggiunto: "Da un punto di vista magnetico il dispositivo si comporta come un tunnel spaziale, come se il campo magnetico fosse trasferito attraverso una dimensione speciale". In pratica l'idea dei wormhole, (più comunemente chiamati "tunnel spazio-temporali"), è inclusa nelle teorie di Albert Einstein, il quale nel 1935 insieme al collega Nathan Rosen si rese conto che la teoria della relatività generale permetteva l'esistenza di "ponti" che avrebbero potuto collegare due punti diversi dello spazio-tempo: per questo sono conosciuti anche come Ponti di Einstein-Rosen, ed in loro sono riposte grandi speranze per i viaggi interplanetari. Tuttavia il problema di questa teoria è che finora nessuno ha trovato le prove concrete dell'esistenza di questi tunnel spazio temporali: anche i suddetti ricercatori spagnoli hanno spiegato che il loro wormhole non è un vero e proprio tunnel spazio temporale, ma piuttosto la realizzazione di un futuristico "mantello dell'invisibilità" che era stato proposto in uno studio del 2007 sulla rivista Physical Review Letters. In sostanza si tratterebbe di un wormhole in grado di nascondere le onde elettromagnetiche alla vista dall'esterno: ai tempi della suddetta pubblicazione dello studio non era stato possibile concretizzarla perché erano necessari materiali estremamente difficili da lavorare. Ad ogni modo nel frattempo si è scoperto che il materiale per realizzare un wormhole magnetico esiste già ed è anche relativamente semplice da trovare: si tratta dei cosiddetti superconduttori, ossia materiali che capaci di sopportare e trasportare livelli molto elevati di corrente, (o di particelle cariche), espellendo i campi magnetici presenti al loro interno. Difatti utilizzando questi materiali il gruppo di ricercatori spagnoli ha progettato un oggetto a 3 strati, costituito da 2 sfere concentriche con all'interno una spirale cilindrica: lo strato più interno trasmette essenzialmente un campo magnetico da un capo all'altro, mentre gli altri due nascondono l'esistenza del campo stesso. Per entrare un po' più nei dettagli, il cilindro interno è stato realizzato con un cosiddetto mu-metal, ovvero un materiale ferromagnetico che ha la caratteristica di essere altamente permeabile; motivo per il quale viene spesso impiegato per la schermatura dei dispositivi elettronici. Tra l'altro c'è poi un guscio di 8 centimetri costituito da un materiale superconduttore ad alta temperatura chiamato ossido di ittrio bario e rame attorno al cilindro interno, il quale ha il compito di piegare il campo magnetico che ha viaggiato all'interno. Inoltre lo strato più esterno esterno è realizzato con un altro mu-metal, ma composto di 150 pezzi tagliati e posizionati in modo tale da cancellare perfettamente la curvatura del campo magnetico. Mentre l'intero di questo strano dispositivo è stato posto in un bagno di azoto liquido, in quanto i superconduttori devono essere raffreddati a temperature inferiori a quella di transizione allo stato di superconduzione, detta anche temperatura critica, che è differente per ciascun materiale superconduttore. Insomma, il risultato finale è stato, appunto, questo tunnel in grado di spostare il campo magnetico da un lato all'altro del cilindro in maniera che il transito sia invisibile. Al riguardo lo stesso Jordi Prat-Camps ha spiegato: "Da un punto di vista magnetico, il campo magnetico scompare da un'estremità del wormhole per poi riapparire di nuovo dall'altra estremità del tunnel spaziale". Mentre Matti Lassas, un matematico dell'Università di Helsinki che ha studiato i "mantelli magnetici", ha definito questa tecnologia come: "un modo di ingannare le equazioni"; ammettendo però che una tale tecnologia potrebbe comunque fornire una migliore comprensione di come si comportano i materiali. Infatti dal punto di vista pratico la dimostrazione ha fatto vedere come sia possibile schermare i campi magnetici in modo che non interferiscano l'uno con l'altro; scoprendo così un risvolto inaspettato. In tal proposito Jordi Prat-Camps ha parlato, per esempio, delle classiche apparecchiature per l'imaging a risonanza magnetica, che utilizzano un magnete gigante e prevedono che i pazienti si sdraino all'interno di un tubo centrale per scattare le immagini diagnostiche. In pratica, sfruttando questa tecnica, il dispositivo potrebbe incanalare un campo magnetico da un punto all'altro, in modo da poter posizionare il paziente lontano dal magnete e non obbligando le persone a stare in un ambiente claustrofobico. Ma non è tutto: l'effetto di schermatura potrebbe anche consentire ai tecnici di costruire una risonanza magnetica che sfrutti sensori multipli, utilizzando diverse frequenze radio ed analizzando diverse parti del corpo allo stesso tempo senza interferenze; il che potrebbe permettere di vedere più chiaramente immagini di parti del corpo che sono difficili da vedere quando il paziente è prono con le braccia lungo i fianchi. Comunque sia bisognerà, ovviamente, modificare la forma del dispositivo sperimentale, (una sfera non sarebbe propriamente indicata), ma questa ricerca mostra come il tutto sia, infine, fattibile.

Di seguito alcune immagini:
http://www.tomshw.it/data/thumbs/1/3/7/7/wormhole-finished-800x600-q85-crop-50b19fe092195c417d472f578b0261168.jpg
https://d1o50x50snmhul.cloudfront.net/wp-content/uploads/2015/08/dn28071-2_800.jpg
https://d1o50x50snmhul.cloudfront.net/wp-content/uploads/2015/08/dn28071-3_800.jpg
 http://www.nature.com/article-assets/npg/srep/2015/150820/srep12488/images_hires/w926/srep12488-f1.jpg



venerdì 21 agosto 2015

Scoperto un possibile vaccino contro la MERS.


A quanto pare il primo vaccino contro la Sindrome Respiratoria Mediorientale, (meglio nota anche come MERS), ha dato risultati soddisfacenti; o almeno questo è quanto ha fatto sapere Karuppiah Muthumani, assistente di Patologia e Medicina di Laboratorio della Perelman School of Medicine dell'Università della Pennsylvania, nonché autore di un recente studio, il quale al riguardo ha dichiarato: "Questo vaccino ha il potenziale per superare importanti limiti di produzione e di distribuzione e, per di più, non contenendo virus vivo, non espone al rischio involontario di una accidentale diffusione del malattia". In pratica la sperimentazione del farmaco in questione, coordinata da David Weiner, (anch'esso ricercatore della Perelman School of Medicine e dei National Institutes of Health), è stata condotta su scimmie e cammelli, (in particolare modo su dei macachi Rhesus): il vaccino, somminitrato 6 settimane prima che gli animali fossero esposti al virus, (il quale appartiene alla famiglia dei coronavirus, della stessa famiglia della SARS e del raffreddore comune), si è dimostrato efficace offrendo ai macachi una protezione completa dalla malattia e generando degli anticorpi potenzialmente protettivi nel sangue dei cammelli. In sostanza la MERS è un'infezione da betacoronavirus particolarmente aggressiva che, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, (meglio conosciuta come OMS), è stata mortale nel 36% dei 1.200 casi registrati. Fortunatamente il MERS-coronavirus, (noto anche con la sigla MERS-CoV), identificato per la prima volta nel 2012 in Arabia Saudita, viene trasmesso con una certa difficoltà tra esseri umani, e comunque il contagio avviene solo in caso di uno stretto e non protetto contatto tra l'ammalato ed il soggetto sano. Tra l'altro i virologi considerano che i principali "veicoli" della MERS siano cammelli e dromedari, ossia animali molto diffusi in Medio Oriente, e si ritiene siano stati la principale fonte di contagio del virus in Medio Oriente. Inoltre, secondo i dati attualmente disponibili, dal 2012 ad ora il MERS-CoV ha colpito più di 1.400 persone, uccidendone 483: gli ultimi dati sono quelli che arrivano proprio dall'Arabia Saudita, dove le autorità del Paese hanno deciso di chiudere per almeno 2 settimane il reparto di emergenza del King Abdulaziz Medical City, (vale a dire uno degli ospedali più grandi di Riyā), dopo che circa 46 persone, tra cui 15 operatori sanitari, hanno contratto il virus all'interno della struttura stessa e sono stati trasferiti in altri ospedali. Comunque sia tra i Paesi più colpiti da questa malattia c'è, appunto, l'Arabia Saudita, ma nel corso degli anni il virus si è diffuso anche in Medio Oriente, Europa e Stati Uniti. Oltretutto spesso, come avviene con la SARS, anche il MERS-CoV presenta sintomi riconducibili ad una polmonite, ma in questo caso le complicanze possono condurre anche ad un blocco renale. Mentre un nuovo ceppo di coronavirus è stato, infine, identificato lo scorso Settembre dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità su un cittadino di 49 anni del Qàtar, soprannominato come paziente "zero", il quale si era presentato in ospedale il 3 Settembre scorso con i sintomi di un'infezione respiratoria acuta.


giovedì 20 agosto 2015

Boeing brevetta un drone "anfibio": vola e nuota.


A quanto pare Boeing, (la più grande costruttrice statunitense di aeromobili e la più grande azienda nel settore aerospaziale), avrebbe brevettato un drone "anfibio": un mezzo che all'occorrenza può sia volare sia immergersi nelle acquee. Infatti nel brevetto, (depositato nel 2013 e concesso dallo United States Patent and Trademark Office lo scorso mese di Aprile), questo mezzo " anfibio" è descritto come "un veicolo adattabile sia per il volo sia per le immersioni". Inoltre potrebbe essere lanciato da una portaerei e potrebbe essere utile per spiare sottomarini e/o anche per effettuare consegne a questi ultimi. Ad ogni modo il suo funzionamento sulla carta è abbastanza semplice: il drone "anfibio" è dotato di ali che gli permettono di volare, come qualsiasi altro mezzo aereo, ma quanto entra in contatto con l'acqua una parte delle ali e del sistema di stabilizzazione ed uno dei propulsori si staccano per ridurre il peso e per ottimizzare le sue proprietà idrodinamiche; in tal proposito la stessa Boeing avrebbe proposto l'utilizzo di bulloni esplosivi oppure di una colla idrosolubile. Tra l'altro nella dotazione del drone in questione è previsto anche un serbatoio di galleggiamento che permetterà di controllare la profondità di navigazione; mentre le manovre subacquee saranno possibili mediante una seconda serie di eliche. Tuttavia ci sono anche delle limitazioni: una volta terminata la propria missione subacquea, questo drone non può tornare a volare nel cielo; anche se però può riemergere in superficie per comunicare i dati raccolti al centro di comando o ad altre postazioni. Comunque sia allo stato attuale delle cose il drone "anfibio" potrebbe rimanere un concept: la Boeing non ha fatto sapere niente in merito ad eventuali test. Anche se, in realtà, va ricordato che si tratta dell'azienda che ha già trasformato un caccia F-16 in un drone, pioniere dei veicoli sottomarini senza equipaggio, (i cosiddetti Unmanned Underwater Vehicles o UUV), quindi non è detto che il tutto possa essere fatto, infine, a porte chiuse o al di là dagli occhi del pubblico.


Di seguito un'immagine del suddetto brevetto:




mercoledì 19 agosto 2015

Creato il primo mini-cervello "in provetta".


Dopo il primo fegato artificiale, i primi mini-stomaci, il primo intestino, i primi muscoli, i primi tessuti cerebrali, ed i primi spermatozoi umani "in provetta", gli scienziati sono riusciti a creare, sempre "in provetta", il primo mini-cervello umano. O almeno questo è quanto hanno fatto sapere di recente alcuni ricercatori dell'Università Statale dell'Ohio, (nota anche con la sigla OSU), i quali hanno anche dichiarato che questo mini-cervello risulta essere quasi completamente formato. Infatti, sebbene non risulti essere pensante, questo mini-cervello, formatosi nell'arco di circa 12 settimane, è grande quanto la gomma da cancellare delle matite ed è paragonabile a quello di un feto di 5 settimane. Inoltre, secondo Rene Anand, scienziato che ha presentato la ricerca dell'OSU in occasione dell'edizione di quest'anno del Military Health System Reseach, (ovvero il simposio noto anche con la sigla MHSR e tenutosi dal 17 al 20 Agosto a Fort Lauderdale, in Florida), quello creato di recente rappresenta il cervello umano più sviluppato finora mai "coltivato" in laboratorio. Difatti al riguardo lo stesso Rene Anand ed il suo team di scienziati hanno affermato di aver riprodotto il 99% dei diversi tipi di cellule e geni del cervello, compresi il midollo spinale e la retina. Tra l'altro il ricercatore ha anche spiegato di aver creato questo mini-cervello convertendo alcune cellule adulte della pelle in staminali, le quali possono essere programmate per creare ogni tessuto del corpo. Mentre, come già anticipato, lo stesso Rene Anand ha fatto sapere che sono state necessarie 12 settimane  affinché si arrivasse ad una maturità paragonabile, appunto, a quella di un feto di 5 settimane. Tuttavia per procedere con lo sviluppo, (ed arrivare così ad un cervello vero e proprio), sarebbe necessario un sistema di vasi sanguigni che purtroppo gli scienziati non sono ancora riusciti a riprodurre in laboratorio. Difatti in tal proposito lo scienziato ha affermato: "Serve un cuore artificiale per aiutare il cervello a svilupparsi ulteriormente". Ad ogni modo, anche se i dettagli sul processo di sviluppo di questo mini-cervello "in provetta" non sono stati resi noti per motivi legati ai brevetti, il risultato potrebbe, infine, rivoluzionare il mondo della medicina, (ad esempio, accelerando le ricerche su Alzheimer, autismo e molte altre patologie), sempre ammesso che venga comprovato.

Di seguito un'immagine del mini-cervello, pubblicata dall'OSU:
https://news.osu.edu/assets/labeled%20brain%20organoid.jpg



martedì 18 agosto 2015

Google Hangouts arriva su interfaccia Web.


In questi giorni Google ha annunciato un nuovo modo per utilizzare
Google Hangouts, ossia il suo servizio di messaggistica istantanea e VoIP: a partire da ieri è stato reso disponibile un nuovo nuovo sito web dedicato al servizio ed attraverso il quale gli utenti possono telefonare, effettuare video chiamate ed inviare messaggi. Tra l'altro nelle ultime settimane il colosso californiano ha dedicato molto spazio al servizio, rilasciando un aggiornamento per Android, il quale ha introduce il cosiddetto "Material Design". Ad ogni modo finora Google Hangouts, (oltre che tramite l'applicazioni per Android ed iOS), poteva essere utilizzato tramite Google+, Gmail, l'applicazione desktop oppure un'estensione per Google Chrome. Mentre a partire da adesso chiunque non voglia utilizzare uno dei suddetti metodi può accedere al servizio di casa Google, appunto, tramite una semplice interfaccia web che mostra tre grandi pulsanti per le tre funzioni principali, (videochiamata, telefonata e messaggio). Tuttavia per far sì che il servizio funzioni in modo corretto serviranno, ovviamente, una webcam, un microfono ed un paio di cuffie, oltre che all'apposito plugin Hangouts per le videochiamate. Comunque sia nella nuova interfaccia web si può trovare una colonna a sinistra dello schermo, nella quale sono visibili i link diretti ai contatti, alle conversazioni ed alle telefonate. Mentre cliccando sui tre puntini, (posti in basso all'interno della suddetta colonna), oppure sul cosiddetto pulsante "hamburger" (in alto), si aprirà un menù con i vari collegamenti alle applicazioni mobili ed alle impostazioni. Tra l'altro ad ogni accesso il client web di Google Hangouts cambierà l'immagine di sfondo, scegliendo casualmente una foto pubblicata su Google+ dagli utenti, (in basso a destra viene mostrato il nome dell'autore). In ogni caso dopo che l'utente avrà effettuato l'accesso con il proprio account Google, verrà effettuata la sincronizzazione tra i dispositivi, una volta finita il servizio in questione mostrerà i vari numeri di telefono dei contatti e l'eventuale cronologia delle conversazioni. Tuttavia per accedere a Google Hangouts tramite web, (al seguente indirizzo: https://hangouts.google.com), è ancora necessario utilizzare il tanto odiato Google+, ma non è da escludere che in futuro la piattaforma possa, infine, diventare un servizio a sé stante, come avvenuto con Google Foto.

Di seguito alcuni screenshot:
https://9to5google.files.wordpress.com/2015/08/newhangoutsui1.png?w=1500&h=0
https://9to5google.files.wordpress.com/2015/08/hangouts.png



lunedì 17 agosto 2015

Drinkable Book, il libro che filtra l'acqua uccidendo quasi il 100% dei batteri.


Si chiama "Drinkable Book" e, come si può intuire dal nome, si tratta di un particolare libro in grado di uccidere i batteri presenti nell'acqua: le sue pagine possono essere strappate per filtrare l'acqua da bere ed eliminare così gli agenti patogeni, con un'efficacia quasi il 100% e dimostrata nei primi test. In pratica questo libro "potabile" abbina carta trattata ad hoc con le informazioni su come e perché l'acqua deve essere filtrata, le cui pagine contengono nanoparticelle di argento o di rame, che uccidono, appunto, i batteri presenti nell'acqua: una minaccia per la salute e la vita soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Difatti al riguardo Teri Dankovich, (ricercatrice presso l'Università Carnegie Mellon, nonché il principale responsabile dello sviluppo e dei test, e che ha lavorato sulla tecnologia del libro per diversi anni, collaborando prima con l'Univerità McGill e poi con l'Università della Virginia), rilevando che ben 663 milioni di persone in tutto il mondo non hanno ancora accesso all'acqua potabile, ha spiegato: "Si tratta di un ritrovato mirato ad aiutare soprattutto le comunità nei Paesi in via di sviluppo". Inoltre, come già anticipato, negli studi condotti in 25 fonti di acqua contaminata in Sud Africa, Ghana e Bangladesh, il libro in questione è risultato essere in grado di rimuovere con successo oltre il 99% dei batteri. Al riguardo i ricercatori, (che hanno presentato il progetto al 250th American Chemical Society National Meeting & Exposition, a Boston), hanno fatto sapere che i livelli di contaminazione sono risultati così simili a quelli dell'acqua di rubinetto bevuta in USA. Ad ogni modo "Drinkable Book" non è propriamente un libro, ma piuttosto un manuale di istruzioni in quanto sulle sue pagine sono stampate, (in inglese e nella lingua locale), le ragioni per cui filtrare l'acqua sia così importante ed il modo in cui farlo grazie al libro stesso. Infatti tutto quello che bisogna fare è strappare un foglio, metterlo come un filtro nell'apposito contenitore, (ovvero la custodia del libro), e versare l'acqua di fiumi, torrenti, pozzi, la quale ne uscirà acqua pulita: i batteri assorbiranno gli ioni d'argento o di rame, (a seconda delle nanoparticelle utilizzate), e verranno filtrati attraverso la pagina. Tra l'altro, secondo i test condotti in collaborazione con le associazioni di beneficenza Water is Life ed iDE, una sola pagina del libro in questione è in grado di pulire fino a 100 litri d'acqua; il che significa che teoricamente un intero libro sarebbe in grado di filtrare l'approvvigionamento idrico di una persona per una durata di 4 anni. In tal proposito la stessa Teri Dankovich ha dichiarato: "È davvero emozionante vedere che questo lavoro ha dimostrato di funzionare con vere fonti d'acqua. C'è stato un sito in cui erano presenti liquami nel liquido, inquinato da livelli molto elevati di batteri. Siamo rimasti molto colpiti dalle prestazioni della carta: è stata in grado di uccidere i batteri quasi completamente". In ogni caso allo stato attuale "Drinkable Book" ha superato due fasi importanti dei testi dimostrando di funzionare sia in laboratorio che su fonti d'acqua: mentre adesso dovrà essere messo a punto un prodotto dal design commerciale, che dovrà rivelarsi efficace anche su protozoi e virus. Insomma, ci sono ancora piccoli passi da fare prima che chiunque ne abbia bisogno possa utilizzare il libro "potabile".

Di seguito alcune immagini:
https://c.fastcompany.net/multisite_files/fastcompany/imagecache/slideshow_large/slideshow/2014/05/3030129-slide-s-drinkable-06.jpg
http://payload275.cargocollective.com/1/14/450234/7808769/Cover-Page_REV_1000.jpg
http://www.elitereaders.com/wp-content/uploads/2015/08/drinkable1.jpg?x28005
http://www.elitereaders.com/wp-content/uploads/2015/08/drinkable4.jpg?x28005
http://payload275.cargocollective.com/1/14/450234/7808769/002_Offcenter_Tear_1000.jpg
http://caringmagazine.org/wp-content/uploads/2016/06/06_Drinkable_Book_Filter_Slot.jpg
http://www.elitereaders.com/wp-content/uploads/2015/08/drinkable6.jpg?x28005
...ed il video di presentazione: