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martedì 30 giugno 2015

Dimostrato che l'appendicite potrebbe essere trattata con gli antibiotici.


A quanto pare per risolvere un problema di appendicite l'unica soluzione non è il bisturi; o almeno questo è quanto ha dimostrato una recente serie di studi che ha messo in discussione l'irremovibile certezza dell'esigenza di un intervento chirurgico in caso di appendicite acuta per il rischio che si trasformi in peritonite, mettendo a rischio la vita del paziente. In pratica l'ultimo di questi studi in ordine cronologico è quello pubblicato sulla rivista JAMA da un team del Turku University Hospital, (in Finlandia), in merito al quale Paulina Salminen, cordinatrice della ricerca in questione, ha affermato: "Una quantità sempre maggiore di studi consiglia l'uso di antibiotici in alternativa alla chirurgia nell'appendicite acuta non complicata". Per questo motivo il suo team ha preso in esame in maniera casuale 530 pazienti affetti da appendicite acuta non complicata, diagnosticata con la tomografia computerizzata, ed ha sottoposto alcuni di loro ad una terapia antibiotica per 10 giorni e la restante parte ad un'appendicectomia. In particolare tra i 274 pazienti randomizzati al gruppo destinato all'intervento chirurgico, quest'ultimo ha avuto successo in tutti i casi tranne uno, con un tasso di efficacia del 99,6%; mentre nei 256 pazienti del gruppo che ha assunto antibiotici, l'intervento chirurgico si è rivelato non necessario nel 72,7% dei casi. Al riguardo i ricercatori finlandesi hanno spiegato: "Questi risultati suggeriscono che i pazienti con appendicite acuta non complicata dovrebbero poter scegliere, dopo essere stati adeguatamente informati su entrambe le opzioni, fra trattamento antibiotico ed appendicectomia". Mentre Corrinne Vons dell'Ospedale Jean-Verdier di Bondy, (in Francia), ha commentato tali risultati dichiarando: "Grazie allo sviluppo di tecniche diagnostiche come la tomografia computerizzata e di antibiotici ad ampio spettro estremamente efficaci, sembra giunto il momento di considerare l'abbandono di appendicectomia di routine nelle forme non complicate che attualmente sono la maggior parte delle appendiciti acute". Ad ogni modo anche in una recente ricerca condotta da alcuni ricercatori dell'Università di Nottingham pubblicata sul British Medical Journal ha confermato queste intuizioni ripercorrendo le analisi di quattro studi precedenti che confrontavano le due terapie. Da ciò è emerso che il trattamento antibiotico risulta molto efficace e soprattutto abbatte il rischio di infezioni, con una percentuale inferiore del 31% rispetto all'intervento chirurgico. In tal proposito Krishna K. Varadhan, uno degli autori della suddetta indagine, ha spiegato: "Sui 900 casi che abbiamo considerato, trattati per metà in un modo e per metà nell'altro, il rischio di complicazioni è stato di oltre il 31% inferiore nel gruppo curato con gli antibiotici, che hanno avuto un tasso di successo del 63%". Inoltre nella maggior parte dei casi in cui non si era verificata la regressione completa e definitiva della sintomatologia, è bastato un secondo ciclo di antibiotici. Tuttavia è rimasto un buon 20% di pazienti che sono stati costretti a sottoporsi l'intervento chirurgico; anche se, come ha fatto notare Olaf Bakker, chirurgo dell'University Medical Center Utrecht, scettico nei confronti della teoria esposta dalla ricerca: "Nel 4% dei casi i soggetti sono arrivati in sala operatoria con l'appendice perforata o gangrenosa, e per tal motivo hanno dovuto subire un intervento più complesso. Infatti quando si forma una massa infiammatoria di tipo ascessuale, chiamata flemmone, oltre all'appendice può diventare necessario asportare anche una parte di intestino". Comunque sia non è stata dello stesso parere la dottoressa Krishna K. Varadhan, la quale ha puntualizzato: "A dire il vero, nella casistica che abbiamo esaminato, il tasso di appendici complicate o perforate è risultato essere uguale in entrambi i gruppi. Insomma, se non ci sono complicazioni conviene provare a verificare se un ciclo di antibiotici funziona". Tuttavia lo stesso Olaf Bakker ha ribadito affermando: "Per escludere complicazioni è necessario sottoporre i pazienti a tomografia computerizzata, esponendoli ad una quantità inutile di radiazioni". Insomma, anche se per il momento si tratta di un'alternativa ancora da perfezionare per evitare inutili rischi, questa scoperta potrebbe rappresentare uno stravolgimento dei protocolli sanitari che a sua volta potrebbe avere, infine, ripercussioni notevoli dal punto di vista economico ed organizzativo.


lunedì 29 giugno 2015

Fibra ottica: Raggiunto il record di 12.000 Km senza ripetitori.


In questi giorni gli ingegneri esperti in fotonica dell'Università della California, San Diego tramite uno studio pubblicato sulla rivista Science hanno annunciato di essere riusciti ad eliminare le barriere che limitavano la distanza massima raggiungibile dall'informazione nei cavi in fibra ottica, incrementando di conseguenza la potenza del segnale ottico, senza introdurre interferenze. Insomma, si tratta di un problema che finora ha impedito un aumento della velocità di trasmissione dati: attualmente per raggiungere distanze elevate è necessario incrementare anche la potenza del segnale, tuttavia oltre una certa soglia si verificano distorsioni che provocano l'errata interpretazione del segnale da parte dei ricevitori. Mentre la tecnica implementata dagli ingegneri californiani consente di trasportare il segnale a lunga distanza senza la necessità di usare i ripetitori, ovvero costose apparecchiature installate ogni 100 Km e necessarie per filtrare il rumore. Inoltre all'interno di una fibra ottica l'informazione viene trasmessa mediante canali di comunicazione multipli, (ognuno con la sua frequenza), e con l'aumento della potenza del segnale si verifica il cosiddetto fenomeno della diafonia. Perciò, considerando che le leggi fisiche che descrivono tale fenomeno sono già note, i ricercatori statunitensi hanno deciso di utilizzare il cosiddetto "frequency comb", (in italiano "pettine di frequenza"), per sincronizzare la variazione di frequenza delle singole portanti ottiche della fibra: per farla breve, l'informazione è stata pre-distorta in modo prevedibile e reversibile, e successivamente ripristinata in ricezione. Ad ogni modo gli esperimenti effettuati in laboratorio hanno confermato l'efficacia di questa soluzione: gli ingegneri californiani sono riusciti a decifrare correttamente l'informazione che ha percorso ben 12.000 Km all'interno di cavi in fibra ottica, utilizzando solamente amplificatori standard e nessun ripetitore elettronico. Insomma, un futuro impiego di tale soluzione, oltre a dare la possibilità di raggiungere distanze più elevate, ridurrebbe anche i costi dell'infrastruttura. Per informazioni più dettagliate è possibile, infine, consultare l'apposito articolo pubblicato sul sito dell'Università della California, (http://ucsdnews.ucsd.edu/pressrelease/electrical_engineers_break_power_and_distance_barriers_for_fiber_optic_comm).


domenica 28 giugno 2015

FLIR ONE, il dongle che trasforma lo smartphone in una termocamera.


Ai giorni d'oggi le fotocamere degli smartphone consentono di scattare foto in qualsiasi condizione di luce e registrare video in alta risoluzione, (anche in slow motion), grazie alle numerose tecnologie utilizzate dai produttori, ma tuttavia hanno un piccolo "difetto": non sono in grado di "vedere" al buio. Ed è per questo motivo che FLIR System, (la più grande società del mondo specializzata nella progettazione e nella produzione di fotocamere, componenti e sensori di immagini termici), ha deciso di realizzare FLIR ONE, vale a dire un cosiddetto dongle compatibile sia con iOS che con Android in grado di trasforma le fotocamere degli smartphone, appunto, in delle vere e proprie termocamere, in grado di misurare la temperatura degli oggetti inquadrati. In pratica, mentre la prima versione di FLIR ONE era stata integrata in una particolare custodia per iPhone 5 o 5S, (del costo di 129,99 dollari), la seconda generazione del dispositivo può essere connessa agli smartphone di casa Apple tramite la "porta Lightining" ed agli smartphone di casa Google mediante la porta micro USB. Tra l'altro questa nuova versione include una batteria da 350 mAh che alimenterà due fotocamere: la Lepton camera, che servirà per vedere la luce ad infrarossi, e la Stardard camera, che servirà a scattare le foto, (la cui risoluzione massima sarà però di 640×480 pixel). Inoltre, grazie alla cosiddetta tecnologia MSX sarà possibile sovrapporre le due immagini ottenute per osservare più dettagli dell'oggetto. Ad ogni modo di recente l'azienda ha rilasciato una versione aggiornata del kit di sviluppo per iOS e per Android, in modo che gli sviluppatori possano realizzare applicazioni che sfruttano le caratteristiche di FLIR ONE. Invece per quanto riguarda gli utenti finali, questo dongle potrà essere utilizzato, ad esempio, per ottimizzare l'efficienza energetica dell'abitazione, identificando fughe di aria calda o fredda, cercare eventuali perdite di acqua in soffitti, pareti e pavimenti, individuare connessioni elettriche sovraccariche oppure semplicemente trovare nella notte gli animali domestici smarriti. Comunque sia, per chiunque fosse interessato la versione di FLIR ONE per iOS è già disponibile, (sul sito ufficiale dell'azieda), al prezzo 199,99 dollari, mentre quella per Android sarà in vendita a partire da Luglio allo stesso prezzo. Tra l'altro è, infine, possibile avere un'anteprima delle funzioni del dongle in questione tramite un'apposito simulatore reso disponibile al seguente indirizzo: http://www.flir.com/flirone/simulator/?_ga=1.257400075.1656510210.1435523907.

Di seguito alcune immagini:
http://www.thefirearmblog.com/blog/wp-content/uploads/2015/01/FLIR-ONE-Dongle.jpg
https://c.slashgear.com/wp-content/uploads/2015/06/camera2.jpg
http://store.storeimages.cdn-apple.com/4662/as-images.apple.com/is/image/AppleInc/aos/published/images/H/J1/HJ102/HJ102_AV3?wid=1000&hei=1000&fmt=jpeg&qlt=95&op_sharpen=0&resMode=bicub&op_usm=0.5,0.5,0,0&iccEmbed=0&layer=comp&.v=RL6mt0
http://the-gadgeteer.com/wp-content/uploads/2015/08/flir-one-4.jpg
 http://www.flir.it/uploadedImages/FLIR_ONE/Buy/FLIR-ONE-iOS.png
 http://www.flir.it/uploadedImages/FLIR_ONE/Buy/FLIR-ONE-Android.png
 http://www.flir.com/flirone/asset/img/FLIR-ONE-buy.png



sabato 27 giugno 2015

Creato il primo neurone artificiale.


Di recente alcuni ricercatori del Karolinska Institutet, uno dei principali istituti della ricerca sul cervello con sede a Solna, sono riusciti a creare il primo neurone artificiale in grado di riprodurre le funzioni compiute da quelli umani. In pratica al suo interno non ci sono parti "viventi": per la sua realizzazione i ricercatori hanno fatto ricorso ad una materia plastica conduttiva, ovvero un polimero nel quale possono scorrere segnali elettrici. In questo modo il suo sistema risulta in grado di agire e comunicare nello stesso modo di un neurone naturale ed i segnali chimici vengono trasformati in impulsi elettrici trasmettendo gli ordini ad altre cellule, (e viceversa). Tuttavia quando a causa di un incidente o una malattia tale processo viene bloccato, la comunicazione si interrompe e possono nascere gravi patologie come alcuni tipi di sordità, il Parkinson oppure l'epilessia. Ed anche se finora si cercava di affrontare questo problema trasmettendo dei segnali elettrici dall'esterno per cercare di ripristinare la funzionalità, tale trattamento si è sempre rivelato piuttosto rozzo perché la stimolazione va a disturbare in maniera indiscriminata tutte le cellule nervose dell'area interessata, comprese anche quelle non implicate nel disturbo; mentre utilizzando un neurone artificiale di questo tipo si potrebbe ripristinare la comunicazione soltanto la zona del danno. Infatti i ricercatori svedesi hanno raccontato i risultati della loro ricerca sulla rivista Biosensors & Bioelectronics, nella quale hanno messo in risalto in particolare la prospettiva di poter affrontare con efficacia i disordini neurologici. Tra l'altro in futuro avrebbero intenzione di installare cellule artificiali nelle varie parti del corpo dove si siano manifestate, appunto, delle anomalie così da ripristinare il corretto funzionamento in modo del tutto automatico con un sistema di governo intelligente al loro interno, oppure facendo ricorso ad una tecnologia wireless controllata dall'esterno. Al riguardo Angela Richter-Dahlfors, professore di microbiologia alla guida della suddetta ricerca ha affermato: "Il prossimo passo che dobbiamo compiere è quello di miniaturizzare il prototipo in modo da renderlo adatto all'impianto nel corpo umano".  In sostanza il gruppo guidato dalla microbiologa è al lavoro da molti anni sull'ardua impresa e, già nel 2009, aveva annunciato un primo parziale passo verso la meta dimostrando che la strada poteva essere percorsa: 6 anni dopo il risultato che si era fissato sembra essere stato raggiunto, (seppur in modo ristretto ed in laboratorio). Comunque sia, anche se saranno necessari ancora diversi anni di lavoro per giungere ai risultati ambiti dai ricercatori svedesi, adesso l'obiettivo finale risulta meno difficile da raggiungere e soprattutto la strada intrapresa sembra essere promettente.

Di seguito un video pubblicato dallo stesso Karolinska Institutet: 



venerdì 26 giugno 2015

YouTube annuncia una serie animata su Fruit Ninja.


A quanto pare un altro marchio piuttosto noto del mondo videoludico sta per diventare una serie animata: si tratta di Fruit Ninja, grazie ad un progetto messo in campo da YouTube e dal team Halfbrick Studios, (creatori del videogame in questione), che ricorda quello lanciato negli anni scorsi dalla Rovio Entertainment per il franchise Angry Birds e per Cut the Rope, entrambi con dei lungometraggi in arrivo prossimamente. In pratica, per chi non lo conoscesse, il primo titolo della saga Fruit Ninja è stato pubblicato nell'Aprile 2010, in esclusiva per iPhone ed iPod touch, arrivando successivamente anche su iPad, sui dispositivi Android e perfino su Xbox, dove sono state sfruttate le funzionalità del motion controller Kinect. Inoltre il suo grande successo è stato immediato anche grazie al gameplay rapido, originale e divertente: bisogna utilizzare le dita interagendo con lo schermo per affettare della frutta e della verdura che vola da una parte all'altra del display, facendo attenzione a raccogliere i bonus e ad evitare le bombe. Ad ogni modo  gli sviluppatori australiani e la piattaforma di streaming video hanno annunciato di aver intenzione di realizzare un totale di 13 episodi, ognuno dei quali avrà una durata di circa 11 minuti, (quindi non propriamente brevi), i quali saranno destinati soprattutto ai più piccoli, principalmente bambini dai 6 ai 10 anni. Non a caso la distribuzione di tali episodi avverrà attraverso l'applicazione YouTube Kids, (lanciata all'inizio dell'anno da Google e purtroppo non ancora disponibile in Italia), vale a dire una sorta di "contenitore sicuro" a cui i genitori possono affidarsi per evitare che i figli possano incappare in materiale non adatto alla loro età. Comunque sia, anche se al momento non è dato a sapere quando verranno resi disponibili gli episodi, quest'ultimi saranno, infine, integrati anche direttamente all'interno dei vari titoli della serie.

Di seguito il trailer che annuncia la nascita di un canale dedicato:




giovedì 25 giugno 2015

Messenger: Per accedere non sarà più necessario avere per forza un account Facebook.


A quanto pare Facebook ha deciso di rivoluzionare il suo Messenger rendendolo sempre di più un servizio di comunicazione indipendente: in questi giorni il popolare Social Network in Blu ha annunciato che d'ora in poi gli utenti potranno accedere al servizio di messaggistica istantanea anche senza possedere forzatamente un account Facebook. Difatti, proprio come avviene su WhatsApp, (acquistato da Mark Zuckerberg il 19 Febbraio 2014 per la modica cifra di 19 miliardi di dollari), per iscriversi ed accedere a Messenger gli utenti dovranno fornire solamente il proprio numero di telefono, (oltre ad un nome e cognome ed una foto, che andranno a completare il profilo). In pratica grazie all'introduzione di questa nuova funzionalità, molte più persone potranno avvicinarsi ai servizi di comunicazione di Messenger senza dover per forza iscriversi anche al Social Network. Inoltre, secondo molti, questa sorta di "indipendenza", aprirà strade molto interessanti per il futuro del servizio che si sta evolvendo sempre di più in una piattaforma di comunicazione flessibile ed aperta: stando a recenti stime, ad oggi Messenger può contare su oltre 800 milioni di utenti attivi e probabilmente è pronto a "camminare con le proprie gambe", diventando sempre più indipendente dal Social Network in Blu. Insomma, la scelta di rendere Messenger un servizio indipendente, evidenza come Facebook abbia in mente importanti piani di espansione per la sua piattaforma di comunicazione: non a caso, sempre di recente, il Social Network ha integrato in Messenger molte funzionalità esclusive come, per esempio, le videochiamate ed i giochi. Ad ogni modo, in merito a tale aggiornamento, i responsabili di Facebook hanno sottolineato che possedere un account anche all'interno del Social Network porta agli utenti evidenti vantaggi anche nell'uso di Messenger, come, ad esempio, poter contattare velocemente tutti gli amici presenti sulla piattaforma. Infatti con un account esclusivamente dedicato a Messenger, gli utenti dovranno cercare tra i loro contatti telefonici per scoprire quali di essi utilizza il servizio di messaggistica istantanea per poi iniziare a comunicare con loro, (appunto, proprio come accade su WhatsApp). Comunque sia si tratta, infine, di una nuova funzionalità che, come tutte le novità, non sarà disponibile subito e per tutti: per il momento ne potranno usufruire solamente gli utenti statunitensi, canadesi, peruviani e venezuelani.

Di seguito la schermata d'accesso tramite numero di telefono:
http://static1.businessinsider.com/image/558ae81c6bb3f70e29a2e6c2-836-711/sign_up_for_messenger__without_a_facebook_account___facebook_newsroom.png



mercoledì 24 giugno 2015

S.T.EYE, il preservativo che cambia colore in presenza di malattie veneree.


Si chiamano Daanyaal Ali, Muaz Nawaz e Chirag Shah, hanno un'età compresa tra i 13 ed i 14 anni e si tratta di 3 studenti dell'Isaac Newton Academy di Ilford, (nell'Essex), che sono riusciti ad inventare un preservativo particolare che cambia colore quando entra in contatto con gli agenti patogeni di infezioni sessualmente trasmissibili. In pratica il preservativo in questione, a cui è stato dato il nome S.T.EYE, è stato concepito con l'idea di fondo di consentire, appunto, il rilevamento di infezioni sessualmente trasmissibili in maniera più sicura rispetto al passato. Difatti, grazie all'inserimento nel preservativo di alcune molecole che si attaccano a specifici batteri o virus, i 3 studenti sono riusciti ad ottenere differenti colori in base al tipo di malattia: verde in presenza di chlamydia; giallo in caso di herpes genitale; viola con il papillomavrius; e blu per la sifilide. Al riguardo Daanyaal Ali ha spiegato: "Abbiamo creato questo preservativo per aiutare il futuro della prossima generazione. Volevamo fare qualcosa che fosse in grado di rilevare le malattie sessualmente trasmissibili, in modo che le persone possano agire tempestivamente, nella privacy della propria casa e senza procedure invasive". Infatti, grazie a S.T.EYE, una coppia può scoprire al momento dell'atto sessuale se uno dei due è affetto da qualche malattia sessualmente trasmissibile, e di conseguenza rivolgersi al medico curante per una diagnosi puntuale e per ottenere l'adeguata cura in tempi brevi. Ad ogni modo, anche se attualmente S.T.EYE non è in commercio, (in quanto si tratta di un progetto ancora in fase concettuale), è talmente brillante da aver fatto vincere ai tre studenti il primo premio degli TeenTech Awards, (progetto patrocinato dal Duca di York e completamente dedicato all'innovazione giovanile), nella categoria "Miglior innovazione nel campo della salute". Tra l'altro questo riconoscimento, oltre alla risonanza mediatica ed al plauso di professori e compagni di scuola, ha fruttato ai 3 un premio di 1.000 sterline, l'opportunità di presentare il progetto a Buckingham Palace e di sottoporlo all'attenzione di professionisti, industriali ed investitori; perciò non è escluso, (anzi è quasi certo), che in un futuro non troppo lontano possa essere preso seriamente in considerazione da qualche azienda del settore per un'eventuale passaggio alla fase industriale ed, infine, alla vendita.


martedì 23 giugno 2015

Sentinel-2A, il satellite che monitorerà la salute della Terra attraverso i colori.


Si chiama Sentinel-2A e si tratta del nuovo satellite europeo lanciato in orbita, (con successo), in questi giorni con lo scopo di monitorare e raccontare la salute della Terra attraverso i colori di quest'ultima. Inoltre questo satellite rappresenta il secondo "osservatorio" dei 6 che l'Agenzia Spaziale Europea, (nota anche con la sigla ESA), prevede di mandare in orbita nell'ambito del programma Copernicus: il primo "osservatorio", denominato Sentinel-1A e lanciato il 3 Aprile 2014, era dotato di un radar, a differenza di Sentinel-2A, al quale è stato fornito di un sistema ottico ad alta risoluzione in modo che le osservazioni di entrambi i satelliti si integrino mostrando aspetti prima impossibili. In sostanza il programma Copernicus, (il cui nome iniziale era Global Monitoring for Enviroment and Security o GMES), è il secondo programma spaziale sostenuto anche dalla Commissione Europea, dopo il sistema di posizionamento Galileo, ed il suo scopo sarà dedicato alla ricognizione dell'ambiente ed agli aspetti della sicurezza. Ad ogni modo in merito al suddetto nuovo satellite Volker Liebig, direttore dei programmi di osservazione della Terra dell'ESA, ha spiegato: "La capacità di scrutare ampie fasce di territorio con frequenze ridotte consentirà di vedere i cambiamenti delle coltivazioni agricole e della superficie in genere con un'accuratezza senza precedenti. Ciò permetterà di valutare persino i livelli di clorofilla nelle piante e di cogliere altri indicatori bio-geofisici". In pratica, entrando un po' più nel dettaglio, Sentinel-2A è pesante 1,1 tonnellate e, secondo le previsioni, dovrebbe restare in orbita per 7 anni ad un'altezza di 780 chilometri d'altezza, da dove potrà vedere ripetutamente l'intero pianeta. Per di più il suo strumento di osservazione è stato dotato di 13 canali spettrali, (comprendenti dal visibile all'infrarosso), che gli permetteranno di generare immagini multi-spettrali ad alta risoluzione con una scansione di 290 chilometri. Successivamente dai colori osservati si ricaveranno dati preziosi che salvaguardare la Terra: tra gli obiettivi ci sono la mappatura delle foreste e la raccolta di informazioni sui vari tipi di inquinanti che aggrediscono i territori e le coste dei continenti. Ma non è tutto; il satellite in questione terrà sotto controllo le eruzioni vulcaniche e potrà compilare rapidamente mappe dei territori colpiti da disastri naturali facilitando gli interventi di soccorso e ripristino. In ogni caso Sentinel-2A è partito alle 3:52, (ora italiana), del 23 Giugno dall'Centre Spatial Guyanais a bordo di un razzo-vettore Vega: questo è stato il quinto lancio del nuovo vettore. In tal proposito Pier Giuliano Lasagni, amministratore delegato di Avio, ha sottolineato: "Vega, con questo suo quinto successo, ha dimostrato un'affidabilità straordinaria entrando così nel mercato mondiale dei lanciatori con possibilità più attraenti data la sua versatilità". Non a caso in occasione del Salone internazionale dell'aeronautica e dello spazio di Parigi-Le Bourget, i responsabili di Avio hanno presentato la nuova versione del vettore, (battezzato Vega C), capace di portare nel spazio satelliti di 1.800 chilogrammi, ovvero 300 in più dell'attuale versione. Comunque sia il nuovo satellite dell'ESA dovrebbe essere pienamente operativo entro 3 mesi, dopo gli svariati collaudi; mentre il prossimo satellite del programma, Sentinel-3, dovrebbe essere lanciato in orbita nel 2016 ed avrà lo scopo di fornire servizi per il monitoraggio globale di aree terrestri e oceaniche. Seguiranno poi altri 3 satelliti: Sentinel-4, che fornirà dati sulla composizione atmosferica; Sentinel-5, che affiancherà Sentinel-4 nella fornitura di dati sulla composizione atmosferica; ed, infine, Sentinel-6, che contribuirà alle missioni per i rilievi altimetrici di precisione.


lunedì 22 giugno 2015

Scoperto un possibile legame fra diabete ed Alzheimer.


A quanto pare un livello di glicemia troppo alto potrebbe costituire un problema non solo per l'eventuale insorgenza del diabete, ma anche come fattore di rischio per l'Alzheimer; o almeno questo è quanto hanno fatto sapere di recente alcuni ricercatori della Washington University School of Medicine in St. Louis in uno studio pubblicato su PLOS ONE. Infatti durante la sperimentazione i ricercatori hanno infuso del glucosio nel sangue di topi osservando che negli animali che non mostravano la presenza di placche amiloidi nel cervello, il raddoppio dei livelli di glucosio nel sangue ha determinato un aumento del 20% dei livelli di beta-amiloide cerebrale; lo stesso esperimento è stato poi ripetuto su un gruppo di topi anziani che avevano già sviluppato le placche cerebrali, scoprendo che in questo caso i livelli di beta-amiloide erano saliti del 40%. Al riguardo Shannon Macauley, principale autrice della ricerca in questione, ha spiegato: "I nostri risultati suggeriscono che il diabete o altre condizioni che rendono difficile controllare i livelli di glicemia possono avere effetti nocivi sulla funzione del cervello ed aggravare malattie neurologiche come l'Alzheimer. Il legame che abbiamo scoperto potrebbe portare a futuri obiettivi di trattamento in grado di ridurre questi effetti". Mentre Maria Chantal Ponziani, consigliere nazionale dell'Associazione Medici Diabetologi, (nota anche con la sigla AMD), ha dichiarato: "Al di là degli studi su modello animale, sicuramente c'è una correlazione di tipo epidemiologico nell'uomo. Nel 2009 una metanalisi, pubblicata sempre su PLOS ONE, aveva evidenziato che il diabete peggiora in generale le funzioni cognitive ed è associato ad un aumento del 47% della demenza per tutte le cause e del 39% di Alzheimer. Invece in un altro studio del 2011, pubblicato su Neurology, sono stati arruolati circa 1.000 pazienti apparentemente sani sopra i 60 anni, seguiti per un arco di tempo di ben 15 anni facendo curve da carico di glucosio e valutazione delle funzioni cognitive: si è visto che i diabetici sono colpiti in maniera almeno doppia sia dalla demenza vascolare sia da Alzheimer. È soprattutto emerso che le condizioni di predisposizione al diabete, come l'alterata tolleranza ai carboidrati, mettono già a rischio di sviluppo di problemi cognitivi". Insomma, pare proprio che le ipotesi sulle ragioni per le quali la glicemia elevata favorisca l'insorgenza dell'Alzheimer siano diverse; difatti in tal proposito la stessa Chantal Ponziani ha proseguito affermando: "Certamente molti degli studi anche su modello animale hanno correlato l'insorgenza di alterazioni istopatologiche cerebrali dell'Alzheimer all'insulinoresistenza, elemento patogenetico sottostante al diabete mellito di tipo 2. Varie poi sono le ipotesi relative a come l'insulinoresistenza possa indurre deficit cognitivi: si è pensato che possa ridurre i trasportatori cerebrali del glucosio nelle cellule nervose e di conseguenza, attraverso alterazioni metaboliche complesse, si arriverebbe alla iperfosforilazione della proteina Tau che, formando aggregati, porta alla degenerazione neurofibrillare tipica dell'Alzheimer". Tra l'altro, stando ad un'altra tesi, le cellule cerebrali in caso di insulinoresistenza sarebbero più sensibili ad aggressioni neurotossiche di varia natura, con una conseguente minore sopravvivenza dei neuroni in alcune aree chiave del cervello; senza contare che anche l'ipoglicemia può svolgere un ruolo in questo senso. Difatti al riguardo Chantal Ponziani ha proseguito affermando: "In effetti è stato dimostrato che esiste una correlazione tra episodici ipoglicemici maggiori, (e la loro frequenza), con un eccesso di rischio per demenza di 2,39". Inoltre anche altre condizioni precarie a livello cardiovascolare sono state messe in correlazione con l'Alzheimer; in tal proposito la dottoressa dell'AMD ha concluso spiegando: "In particolare l'ipertensione arteriosa, insorta in media età, è associata a un rischio molto aumentato di Alzheimer e, tenendo conto che quasi il 70% dei pazienti che soffrono di diabete mellito di tipo 2 sono anche ipertesi, potrebbe esserci una correlazione anche di questo tipo. Un discorso analogo è stato fatto per l'ipercolesterolemia in media età, anche se è un'alterazione lipidica meno tipica del diabete. Infine si è visto che la depressione psichica correla con l'Alzheimer e, dato che i pazienti diabetici sono più a rischio di depressione, anche questo rapporto è stato considerato tra i possibili meccanismi eziopatogenetici". Ad ogni modo a confermare questo nesso ci ha pensato anche uno studio dell'Università di Georgetown, condotto dal neurologo Raymond Scott Turner, il quale ha dimostrato che molte delle persone colpite dall'Alzheimer mostrano anche i segni premonitori del diabete. In sostanza nel corso di tale ricerca, il neurologo ha esaminato l'effetto del resveratrolo nella regolazione dei livelli di glucosio nel sangue dei pazienti con lieve e moderata presenza della malattia di Alzheimer: i risultati hanno dimostrano che il resveratrolo agisce sulle proteine del cervello come farebbe una dieta a basso contenuto calorico e zuccheri. In pratica, entrando un po' più nel dettaglio il dottor Raymond Scott Turner ed i suoi colleghi hanno reclutato 128 pazienti e li hanno sottoposti ad un test di tolleranza al glucosio a digiuno: dopo aver ottenuto un livello base, i pazienti hanno effettuato un nuovo test due ore dopo aver mangiato. Questo perché, considerando che il livello degli zuccheri nel sangue varia a seconda della fase digestiva, (innalzandosi nella fase iniziale per poi ridiscendere grazie all'effetto dell'insulina prodotta dal pancreas), una volta passate le suddette due ore, l'elevato valore del glucosio mostra una condizione di pre-diabete o di diabete vero e proprio. Comunque sia i risultati dello studio in questione hanno confermano che, in condizione di digiuno, il 4% dei partecipanti mostrava un tasso glicemico alterato, mentre un ulteriore 2% mostrava la presenza di diabete mellito di tipo 2. Mentre il test eseguito a due ore dal pasto ha mostrato l'intolleranza al glucosio per il 30% dei pazienti, ed un ulteriore 13% mostrava una condizione coerente con la presenza di diabete. Insomma, si tratta complessivamente di un 43% di persone con una tolleranza al glucosio alterata, e pertanto a rischio non solo di insorgenza del diabete, ma anche, appunto, del morbo di Alzheimer; non a caso, il fatto che la glicemia fosse in parte correlata anche con questa patologia era già emerso in passato. Difatti in un altro studio durato 5 anni e condotto su più di 800 persone, (sottoposte a test che misuravano la capacità del cervello di processare le informazioni, totalizzando dei risultati migliori quando risultavano avere livelli di glucosio più bassi), ha evidenziato che coloro che soffrono di diabete rischiano di più, rispetto a chi ha livelli di zuccheri nel sangue normali, di essere colpiti, infine, dalla malattia neurologica in questione.


domenica 21 giugno 2015

SLIPKNOT: Dopo il tour, una pausa di un paio d'anni; parola di Corey Taylor.


In questi giorni Corey Taylor, frontman degli Slipknot, durante un'intervista rilasciata al sito Rocksverige.se, ha fatto sapere che la band, una volta terminato l'ancora in corso "Prepare for Hell Tour", volto alla promozione dell'ultimo album ".5: The Gray Chapter", iniziato ad Ottobre 2014, che li ha portati in Italia ben 2 volte nello stesso anno, (il 3 Febbraio scorso al Forum di Assago ed lo scorso 16 Giugno al Rock in Roma), e che si concluderà il prossimo Ottobrepotrebbe prendersi una pausa di un paio d'anni. In pratica quando gli è stato chiesto se gli Slipknot stessero già pensando a nuovo materiale per un nuovo album, Corey Taylor ha dato la risposta esattamente opposta, spiegando: "Finiremo il tour e poi ci prenderemo due anni di pausa, per far riposare il tutto. Io farò le mie cose, ognuno farà le sue cose. So che il Clown ha qualche film in testa; il che è veramente figo. Ha appena finito di girare il suo primo film, un paio di mesi fa, e sono molto felice per lui. Quindi ognuno si occuperà delle sue cose, e fra tipo un paio di anni, ci ritroveremo tutti insieme e vedremo cosa succederà in quel momento. È quel che facevamo prima di perdere Paul: ognuno se ne andava a seguire i propri side-project per un po' di tempo, e dopo un paio d'anni tornavamo insieme e ci dicevamo: "Bene. Cosa facciamo ora?"; e penso che sarà quel che faremo". Dunque non è da escludere, (anzi è quasi certo), che durante questo periodo di paura il frontman possa, infine, tornare nuovamente al lavoro con i suoi Stone Sour.


Di seguito l'intera intervista:




sabato 20 giugno 2015

Secondo un nuovo studio, la Terra sarebbe entrata nella 6ª grande estinzione di massa.


A quanto pare la Terra sarebbe entrata in una nuova fase di estinzione di massa, (nello specifico: la sesta), durante la quale tra le prime specie a scomparire potrebbe essere quella umana, proprio come fecero i dinosauri circa 66 milioni di anni fa. O almeno questo è quanto hanno fatto sapere di recente alcuni ricercatori dell'Università della California, Berkeley, quella di Princeton e quella di Stanford, secondo i quali, ai giorni nostri il tasso di estinzione dei vertebrati, (uomo compreso), abbia raggiunto una "velocità" 114 volte superiore alla norma; velocità simile ai periodi durante i quali sul nostro pianeta i ritmi di estinzione erano a livelli fisiologici, (ovvero nel corso delle 5 grandi estinzioni di massa: l'ultima delle quali è stata, appunto, quella dei dinosauri, presumibilmente a seguito dell'impatto di un enorme meteorite con il suolo terrestre). In pratica, se quello constatato degli scienziati statunitensi si rivelerà esatto, quella nella quale siamo appena entrati sarà la 6ª grande estinzione di massa e purtroppo anche la peggiore. Infatti, secondo lo studio pubblicato dai suddetti ricercatori su Science Advances, la velocità con la quale i vertebrati stanno progressivamente sparendo dalla Terra non ha eguali in nessuna delle 5 precedenti estinzioni di massa. Inoltre, sempre secondole stime proposte dalla ricerca in questione, a partire dal 1900 le specie di vertebrati che si sono definitivamente estinti sarebbero più di 400, (nello specifico sono andati perduti 69 specie di mammiferi, 80 di uccelli, 24 di rettili, 146 di anfibi e 158 di pesci); una cifra che sarebbe risultata del tutto normale se si fosse rilevata in un arco di tempo di 10.000 anni, invece che appena poco più di 100. Tra l'altro qualche tempo fa l'International Union for Conservation of Nature ha pubblicato una ricerca simile che dimostrava che 50 specie di animali si avvicinano pericolosamente all'estinzione ogni anno. Ad ogni modo, sempre secondo i ricercatori americani, le cause di questa improvvisa accelerazione del tasso di estinzione di massa sarebbero anche tre dei più seri problemi dell'intera umanità: i cambiamenti climatici, l'inquinamento e la deforestazione. Al riguardo Gerardo Ceballos, principale autore della ricerca, ha spiegato: "Se consentiremo a tutto questo di continuare, la vita avrà bisogno di molti milioni di anni per rigenerarsi e probabilmente la nostra stessa specie scomparirà". Difatti non è un mistero che l'impatto dell'azione umana sull'ambiente ha causato una progressiva perdita della biodiversità andando ad interferire con importanti processi biologici come l'impollinazione e la purificazione delle acque, fondamentali per l'uomo stesso. In tal proposito gli autori della ricerca, (che per le loro valutazioni dei precedenti periodi di estinzione si sono avvalsi di un modello derivato dall'esame di reperti fossili), si sono, infine, detti sicuri che, se il mondo continuerà ad andare in questa direzione, entro tre generazioni umane l'impollinazione da parte delle api cesserà del tutto di esistere.


venerdì 19 giugno 2015

Scoperto che gli sport estremi senza la giusta preparazione possono avvelenare il sangue causando la setticemia.


Secondo un recente studio medico condotto su un gruppo di maratoneti impegnati in una corsa di 24 ore, coloro che si sottopongono a prove sportive estreme, cercando di superare i propri limiti, avrebbero un forte rischio che il loro sangue si avveleni: i batteri intestinali sviluppati durante lo sforzo intenso si disperderebbero nel sistema sanguigno causando una intossicazione pari a quella di chi si ammala di setticemia, vale a dire una malattia sistemica che ha un tasso di mortalità più alto di infarti ed ictus. In pratica, come già anticipato, i ricercatori dell'Università di Monash a Melbourne hanno preso in esame un campione di sportivi considerati "estremi" in quanto partecipavano a prove come, appunto, la maratona di 24 ore, (detta anche ultramaratona), o eventi sportivi basati sulla resistenza che prevedevano più giorni di sforzo intenso consecutivi, (per esempio, i grandi giri ciclistici oppure prove come il triathlon ed il pentathlon o ancora il famoso "Ironman"). Così facendo hanno scoperto che questi corridori e atleti, nonostante siano altamente preparati e allenati, i loro livelli di intossicazione del sangue cambiano drasticamente se misurati prima e dopo la prova fisica: i loro campioni di sangue presi a inizio e fine gara, comparati con quelli di un gruppo di controllo formato da altrettanti atleti e non atleti a riposo, hanno provato come l'esercizio estremo praticato per lungo tempo causi importanti cambiamenti nella parete intestinale. Difatti è in quest'ultima che le endotossine, (ovvero batteri naturalmente presenti nell'intestino), trovano la via per arrivare nel sangue causando episodi infiammatori, i quali vanno ad intaccare il sistema immunitario. Tuttavia le reazioni cambiano a seconda del sistema immunitario dell'atleta e soprattutto se questo si sia allenato costantemente o meno. Infatti nel primo caso l'atleta sviluppa naturalmente una risposta a questa intossicazione del sangue da parte del suo sistema immunitario: gli alti livelli di endotossine non preoccupano il suo stato di salute, nonostante la loro presenza. Mentre nel secondo caso, (ossia in un atleta non sufficientemente preparato allo sforzo estremo), così come nel caso di calore molto forte, la risposta del sistema immunitario potrebbe portare a casi gradi di infiammazione e di setticemia, talvolta mortali se non vengono diagnosticati e trattati immediatamente. Insomma, lo studio australiano, (pubblicato nel magazine scientifico International Journal of Sports Medicine), ha posto ancora di più l'attenzione sull'importanza della giusta preparazione prima di un evento sportivo, soprattutto se questo mette a dura prova il fisico e la capacità di resistenza alla fatica. Perciò chi decide di partecipare a eventi sportivi di questo calibro è obbligato ad un checkup medico preventivo e soprattutto è fortemente invitato a studiare un programma di allenamento che non solo prepari forza, potenza e resistenza fisica, ma che alleni anche a gestire lo stress e gli imprevisti tipici della gara; consigli, che come hanno, infine, sottolineato i ricercatori australiani, sono validi per qualsivoglia prova sportiva che superi le 4 ore continuative di attività ad alto impatto.


giovedì 18 giugno 2015

IRON MAIDEN: Svelati il titolo, la tracklist, l'artwork e la data di uscita del nuovo album.


Di recente anche gli Iron Maiden hanno ufficialmente svelato il titolo, la data di uscita, l'artwork e la tracklist di quello che sarà il loro 16° album in studio: si intitolerà "The Book Of Souls", conterrà 11 brani, (per una durata di 92 minuti), e sarà disponibile a partire dal prossimo 4 Settembre attraverso l'etichetta Parlophone Records in Europa e l'etichetta Sanctuary Copyrights/BMG negli USA. Tra l'altro questo disco, registrato a Parigi con il produttore Kevin "The Caveman" Shirley alla fine del 2014 e completato nei primi mesi di quest'anno, (una volta che le condizioni di salute di Bruce Dickinson sono migliorate), sarà in realtà il primo doppio album nella storia della band e sarà pubblicato in diversi formati: 2 CD deluxe con copertina rigida in edizione limitata; 2 CD edizione standard; Triplo vinile nero pesante ad alta risoluzione audio, (masterizzato a 24-bit per iTunes e non-masterizzato per iTunes); e Risoluzione audio standard, (16 bit/44.1 kHz). Ad ogni modo al riguardo Steve Harris, il bassista della band ha spiegato: "L'approccio utilizzato per quest'album è stato completamente diverso dal passato. Molte canzoni sono state scritte mentre eravamo in studio e le abbiamo provate e registrate nell'immediato, mentre erano ancora "fresche" e penso che questo traspaia dalle stesse; danno quasi una sensazione "live", penso. Sono davvero orgoglioso di "The Book Of Souls", lo siamo tutti e non vediamo l'ora che i fan lo ascoltino e soprattutto non vediamo l'ora di portarlo in giro per il mondo il prossimo anno!". Mentre il frontman Bruce Dickinson ha dichiarato: "Siamo davvero entusiasti di "The Book Of Souls" e ci siamo divertiti molto nel crearlo. Abbiamo iniziato a lavorarci su a fine estate scorsa ed abbiamo registrato al Guillame Tell Studios di Parigi, dove registrammo "Brave New World" nel 2000; per cui si capisce che sono degli studios con molti ricordi speciali per noi. Siamo stati lieti di scoprire che la stessa atmosfera magica è ancora viva e molto "scalciante" ! Ci siamo sentiti a casa e le idee sono subito iniziate a svilupparsi. Con il passare del tempo ed una volta che avevamo finito siamo stati tutti d'accordo sul fatto che ogni traccia fosse come una parte integrante di tutto il corpo di lavoro e che, se doveva essere un doppio album... doppio album sarebbe stato!". Comunque sia per chi fosse interessato, il pre-ordine del doppio album "The Book Of Souls" è, infine, disponibile nei vari formati su HMV, (qui, qui e qui), o su Amazon, (qui, qui e qui).

Di seguito la tracklist:

Disco 1
1 - If Eternity Should Fail, (Dickinson)
8:28
2 - Speed Of Light, (Smith/ Dickinson)
5:01
3 - The Great Unknown, (Smith/ Harris)
6:37
4 - The Red And The Black, (Harris) 13:33
5 - When The River Runs Deep, (Smith/ Harris)
5:52
6 - The Book Of Souls, (Gers/ Harris)
10:27

Disco 2
7 - Death Or Glory, (Smith/ Dickinson)
5:13
8 - Shadows Of The Valley, (Gers/ Harris)
7:32
9 - Tears Of A Clown, (Smith/ Harris)
4:59
10 - The Man Of Sorrows, (Murray/ Harris)
6:28
11 - Empire Of The Clouds, (Dickinson)
18:01

...e l'artwork, (creato da Mark Wilkinson):
 http://www.ironmaiden.com/fefiles/images/TBOS-Packshot_995.jpg



mercoledì 17 giugno 2015

Samsung: Scoperta una grave vulnerabilità nella tastiera di milioni di dispositivi.


In questi giorni gli esperti di sicurezza di NowSecure hanno fatto sapere di aver scoperto una grave vulnerabilità nella tastiera predefinita del nuovissimo Samsung Galaxy S6 e di altri dispositivi prodotti dalla società coreana: secondo quanto hanno spiegato gli esperti, il bug in questione sarebbe presente in oltre 600 milioni di dispositivi e potrebbe essere sfruttato per eseguire varie tipologie di attacchi, tra cui l'intercettazione delle conversazioni. In pratica la suddetta vulnerabilità è stata individuata all'interno del meccanismo di aggiornamento della tastiera virtuale che, nel caso dei dispositivi Samsung, è una versione personalizzata di SwiftKey. Insomma, per farla breve, durante la procedura di aggiornamento, i file eseguibili non vengono criptati, consentendo così la loro sostituzione con file infetti, e considerando che i dispositivi della società coreana verificano periodicamente la presenza di nuove versioni dell'applicazione tastiera e dei language pack, un malintenzionato potrebbe eseguire un cosiddetto "attacco man in the middle", vale a dire che gli permetta di intercettare il traffico ed inviare un file modificato ai dispositivi di casa Samsung. Tra l'altro se si considera che agli aggiornamenti vengono assegnati privilegi elevati, un eventuale malware potrebbe facilmente superare le protezioni incluse in Android che normalmente limitano l'accesso alle applicazioni di terze parti. Difatti, se l'attacco andrebbe a buon fine, il malintenzionato potrebbe installare applicazioni sul dispositivo senza il permesso dell'utente, intercettare i messaggi e le chiamate, rubare dai sensibili, (come e-mail, password ecc...), ed accedere ai sensori integrati nello smartphone, (come, ad esempio, microfoni, GPS e fotocamere): in quest'ultimo caso, potrebbe essere effettuato un vero e proprio monitoraggio remoto con registrazioni audio e scatti fotografici. Ad ogni modo il ricercatore Ryan Welton, (il quale ha già provveduto a segnalare il problema a Samsung, ai CERT ed al team Android), ha verificato che il bug in questione viene sfruttata anche se l'utente utilizza un tastiera diversa da quella standard; anche se dal canto suo SwiftKey ha chiarito che la tastiera originale, (disponibile sul Google Play Store), non è affetta da alcuna vulnerabilità. Comunque sia, in attesa del rilascio di un'eventuale patch che vada a risolvere definitivamente il problema, lo stesso Ryan Welton ha, infine, consigliato agli utenti Samsung di evitare di collegarsi a connessioni Wi-Fi non sicure.


martedì 16 giugno 2015

SR2595, il nuovo farmaco che potrebbe curare l'osteoporosi.


Di recente alcuni ricercatori dello Scripps Research Institute, in uno studio pubblicato su Nature Communications, hanno annunciato di aver messo a punto una nuova molecola capace di agire sul meccanismo che porta alla rigenerazione ossea: un risultato che, per quanto possa essere preliminare, potrebbe aprire le porte allo sviluppo di nuovi farmaci per combattere l'osteoporosi e migliorare la vita di milioni di persone. Difatti, secondo le ultime stime, si calcola che in tutto il mondo le persone affette da questa malattia siano circa 200 milioni: solo in Europa, Stati Uniti e Giappone colpisce più di 75 milioni di individui con oltre 2 milioni di fratture ogni anno a causa della lenta perdita di minerali che rende le ossa più fragili. Inoltre si calcola che la tendenza all'allungamento della vita media e all'invecchiamento delle popolazioni, in mancanza di seri interventi di prevenzione, determinerà nei prossimi decenni un significativo aumento dei casi. Tuttavia i farmaci a disposizione sono molti e quelli di ultima generazione, (ancora in fase sperimentale), agiscono in particolare con quei meccanismi che portano alla formazione di nuove cellule ossee; mentre nel suddetto studio gli scienziati statunitensi si sono concentrati principalmente sulla proteina PPARγ, ovvero un fattore in grado di determinare il differenziamento delle cellule staminali mesenchimali in diversi tessuti come cartilagini ed ossa. In sostanza precedenti studi hanno dimostrato che una carenza di questa proteina, (studiata in topi geneticamente modificati in modo da produrne quantità nettamente inferiori rispetto alla norma), è in grado di promuovere il processo di formazione delle ossa; motivo per il quale, sfruttando questa caratteristica, i ricercatori dello Scripps Research Institute hanno pensato di sviluppare una molecola capace di interferire, appunto, con l'attività di PPARγ. In pratica dalle analisi preliminari il composto in questione, (conosciuto con la sigla SR2595), somministrato in animali da laboratorio ha causato l'aumento della formazione degli osteoblasti, vale a dire quelle cellule staminali che una volta mature diventano tessuto osseo. Al riguardo Patrick Griffin, uno degli autori dello studio, ha, infine, spiegato: "Questi risultati dimostrano per la prima volta una nuova applicazione terapeutica per i farmaci destinati ad avere come bersaglio PPARγ. I primi erano stati quelli per il diabete. Ora, grazie a questo studio, abbiamo dimostrato l'aumento di osteoblasti. Il passo successivo sarà quello di eseguire un'analisi approfondita dell'efficacia del farmaco in modelli animali andando a valutare la perdita di massa ossea, l'invecchiamento, lo sviluppo di obesità e diabete".


lunedì 15 giugno 2015

Gli emoji potrebbero sostituire anche i codici PIN.


Gli emoji sono già molto diffusi ed utilizzati da milioni di utenti in tutto il mondo durante le loro conversazioni con gli amici e nei post sui vari Social Network, ma a quanto pare il loro utilizzo potrebbe essere destinato a crescere sempre di più. Infatti, oltre una possibile "invasione" nel mondo degli URL, le famose faccine e simboli potrebbero presto sostituire anche i classici numeri utilizzati nel comporre i propri PIN; o almeno questo è l'obiettivo dell'Intelligent Environments, un'azienda inglese che sviluppa software per le banche, la quale di recente ha annunciato Emoji PassCode, un sistema pensato, (come facilmente intuibile dal nome), per permettere agli utenti di usare gli emoji, appunto, come codice di accesso al conto corrente online. Tra l'altro, come hanno spiegato i responsabili della suddetta azienda, considerando che le emoji non raffigurano solo le espressioni emotive del volto umano, ma anche simboli di vario tipo, l'utente avrà a disposizione un ampio catalogo di combinazioni, (si parla di quasi 3,5 milioni contro le attuali 7.290), che potrà essere sfruttato per generare un passcode univoco e più sicuro dell'attuale sistema di numeri da 0-10: con questo sistema l'utente eviterà l'uso di sequenze numeriche del tipo 123456 o contenenti la data di nascita, facilmente "trafugabili". Senza contare che uno studio effettuato qualche anno fa ha dimostrato che gli esseri umani ricordano le immagini meglio delle parole o dei numeri, cosa che potrebbe rendere gli emoji dei PIN migliori; anche se in realtà l'utente potrebbe scegliere le combinazioni più semplici e più scontate, (ad esempio, utilizzando una combinazione composta sempre dalla stessa faccina), rendendo questo sistema tanto sicuro quando quello numerico. Ad ogni modo il sistema sviluppato dall'Intelligent Environments, che tra l'altro potrebbe essere implementato in alcune banche inglesi entro i prossimi 12 mesi, richiede, (come i classici PIN), l'uso di 4 emoji, da scegliere in una lista di 44, quando l'utente effettua l'accesso al suo conto mediante interfaccia web o l'apposita applicazione, disponibile al momento per dispositivi Android.

Di seguito il video di presentazione:
 



domenica 14 giugno 2015

Google sfida Twitch ed annuncia "YouTube Gaming".


In questi giorni Google ha deciso di presentare "YouTube Gaming", vale a dire una nuovissima piattaforma che, come si può intuire dallo stesso nome, comprenderà un nuovo sito ed una relativa applicazione interamente dedicati al mondo del gaming ed alla sua community: il lancio ufficiale è previsto nel corso di quest'estate e riguarderà, (al meno per il momento), gli USA ed il Regno Unito. Al riguardo Alan Joyce, product manager di questo nuovo servizio, attraverso il blog ufficiale di YouTube ha spiegato: "YouTube Gaming è stato costruito attorno ai videogiochi ed ai videogiocatori, e metterà a disposizione più video di chiunque altro: più di 25.000 giochi avranno la loro pagina, che rappresenterà un luogo dove si concentreranno i migliori video ed i migliori streaming relativi a quel titolo specifico". Difatti, un po' come avviene su YouTube, gli utenti avranno la possibilità di iscriversi ai vari canali e di ricevere notifiche istantaneamente nel momento in cui questi inizieranno uno streaming; senza contare che il servizio suggerirà anche l'iscrizione a canali consigliati sulla base delle iscrizioni dell'utente. Tra l'altro YouTube Gaming sarà arricchito anche da una serie di innovative ed utili funzioni: tra queste va citata quella che darà la possibilità agli streamer di attivare l'opzione DVR, in modo che gli utenti possano mettere in pausa lo streaming e mandarlo in dietro, nel caso in cui volessero riguardare qualche momento saliente; senza contare il fatto che lo streaming potrà essere convertito direttamente in video e pubblicato su YouTube. Mentre un'altra opzione riguarderà gli streaming "low latency", vale a dire streaming nei quali il cosiddetto "delay input/output" verrà notevolmente diminuito; il che consentirà agli streamer di interagire in maniera decisamente più agevole con il loro pubblico. Inoltre sarà presente anche una moderazione delle varie chat migliorata, che garantirà una maggior godibilità dello streaming che l'utente deciderà di guardare. Ad ogni modo non poteva mancare, ovviamente, la reazione di Twitch, (nota piattaforma di streaming dedicata ai videogame, acquistata lo scorso anno da Amazon per la modica cifra di 970 milioni di dollari), nei confronti dell'annuncio di YouTube Gaming su Twitter, dove l'account del sito di proprietà di Amazon ha commentato: "Benvenuto giocatore 2. Aggiungimi su Google+"; facendosi chiaramente beffe del Social Network di casa Google, che dal suo lancio ad ora non ha riscosso molto interesse da parte degli internauti. Insomma, sembra proprio che la sfida sia stata lanciata e di certo l'aria di sana competizione che si respira sarà stimolante per entrambi i contendenti e potrebbe portare allo sviluppo di innovazioni che andranno a migliorare lo "spettacolo" a cui un'utenza sempre più numerosa ed eterogenea desidera assistere. Anche se rimane da capire come il nuovo servizio verrà integrato all'interno delle console di nuova generazione, in quanto Twitch ha dalla sua la possibilità di fare streaming direttamente da PS4 ed Xbox One, senza bisogno di accessori aggiuntivi, come, ad esempio, una scheda di acquisizione video. Comunque sia per il momento, visitando il sito di YouTube Gaming, (dove, tra l'altro è presente un cuore in stile Zelda formato da diversi triangolini che, una volta cliccati, animeranno il cuore richiamando con tanto di suoni e musica alcuni dei videogame più famosi di sempre), è possibile, infine, richiedere il ricevimento di una notifica nel momento in cui questo servizio sarà disponibile nel proprio Paese, (Italia compresa).

Di seguito il suddetto commento di Twitch: